11 dicembre 2012

L’immortale (storia della) medusa

Questa vicenda è proprio strana. Tutto comincia con un articolo del 1996 che descrive il ciclo vitale di una medusa, Turritopsis  nutricula (qualche anno dopo cambia nome in T. dohrnii), che, secondo gli autori dell’articolo (tra cui un paio di italiani, Piraino e Boero, quest’ultimo notissimo e brillantissimo studioso di meduse):

can  transform  back  into  colonial  hydroids, either  directly  or  through  a  resting  period,  thus  escaping death  and  achieving  potential  immortality.  This  is  the first  metazoan  known  to  revert  to  a  colonial,  juvenile morph  after  having  achieved  sexual  maturity  in  a solitary stage.

The InfoVisual.info site uses images to explain objects.Non è fondamentale per il nostro discorso quale metodo usi la medusa per tornare ad essere polipo; qui accanto vedete un semplice ciclo vitale di una medusa generica, non la nostra. Il fatto è che la Turritopsis inverte la porzione di ciclo che va da strobila e ephyra e medusa mobile phase (riporti i nomi inglesi, in italiano sarebbero strobili, efira e fase mobile). Lo fa in condizioni di stress ambientale o di altro tipo, in modo da rifugiarsi in uno stadio un po’ più protetto di quello di medusa (presumo). Il tutto sarebbe stato limitato all’oscuro mondo degli studiosi di meduse (cnidariologi?), se non fosse per un paio di parole presenti nell’abstract iniziale dell’articolo. Che sono “potential immortality”. Non credo che gli autori avessero intenzione di estendere il pensiero ad altri che alla medusa che, ricordiamo, è separata dalla linea umana da un antenato che ha forse più di 500 milioni di anni. Anche perché l’articolo stesso si chiama “Ontogeny reversal”; e poiché l’ontogenesi non è altro che lo sviluppo dell’individuo, il suo rovescio sarebbe quello di tornare quel che si era appena dopo la fecondazione, cioè uno zigote; tutto qua – tanto che alcuni la chiamano medusa Benjamin Button. Ma se qualcuno legge immortality, subito pensa di poter estendere le potenzialità del tutto. Specialmente se questo qualcuno è un non esperto del campo. Estendere infatti le caratteristiche di una specie ad altre, anche vicine, è uno degli errori più gravi (e comuni) che si possano fare. Per questo alcuni argomenti dovrebbero essere trattati con estrema cautela, per non suscitare false speranze nell’uomo, per esempio. Purtroppo quando c’è di mezzo la stampa generalista e i figli di potenti le cose diventano un po’ più sfumate; e quando ci si mette di mezzo un letterato il tutto va tranquillamente a ramengo. Cos’è accaduto, allora? Non so come né perché, l’argomento è rimasto subacqueo per anni, finché alla fine di quest’anno il New York Times commissiona per il suo magazine un articolo sulla medusa immortale. E a chi lo commissiona? A un medusologo, uno zoologo, un genetista, un evoluzionista? No, al figlio dell’ex critico teatrale del New York Times, uno scrittore che dovrebbe pubblicare il suo romanzo l’anno prossimo. Il ragazzotto (è del 1980) Nathaniel Rich, scrive un pezzo come farebbe un letterato; colto – inizia con Gilgamesh e Nietzsche – ricco, arzigogolato, appassionato, pieno di aggettivi e richiami a oscure situazioni e misteriosi personaggi – flamboyant, direbbero gli inglesi. Il tutto attorno all’intervista a uno studioso giapponese, Shin Kubota della Kyoto University, che dice di essere in grado di allevare le meduse per tutto il loro ciclo vitale (è vero, però…). Il pezzo è lunghissimo, convoluto e anche un po’ complottista (perché la grande azienda non studia le meduse?).

Turritopsis-dohrnii12Ma soprattutto è decisamente, totalmente e completamente sbagliato; secondo i commentatori sul NYT i writing skills del tipo sono invidiabili. Secondo gli zoologi (e un giornalista scientifico – nei commenti di quest’intervento uno degli scopritori originali rimprovera anche il giornalista di non essere preciso abbastanza, con una verve che mi ricorda tanto Ferdinando Boero…) è così pieno di stupidate da far vomitare. Prima di tutto sbaglia il titolo del libro di Darwin, poi parla per tutto il pezzo di specie superiori e inferiori, suggerisce che le scoperte potrebbero essere applicate all’uomo, che le meduse potrebbero diventare la specie dominante degli oceani, visto che sono immortali, anche quando tutto il resto delle specie sarà scomparso (di cosa si nutrirebbero?). Infine afferma che le specie piccole sono poco studiate (Drosophila anyone?, direbbe un americano). Insomma, questo Rich si è fatto affascinare da Kubota e ha usato le sue capacità affabulatorie per scrivere un pezzo senza senso alcuno. Un esercizio di bella scrittura che sarebbe meglio lasciare alle presentazioni delle mostre d’arte (o alla guida “digitale” del Museo del Novecento a Milano – mai sentita tanta fuffa in un colpo solo). Poi c’è sempre chi dice che noi scientisti non capiamole intenzioni degli umanisti, che i letterati adoperano metafore e similitudini e sineddoche e tutte le altre figure retoriche per parlare d’altro, che la precisione non è necessaria (anzi è dannosa) che non possiamo fare le pulci anche sulle meduse, ecchesaramai, in fondo sono sacchetti di gelatina? Beh, fatemi scrivere una recensione in cui dico che il Lohengrin mi ricorda Tales from Topographic Oceans e poi vediamo cosa mi sento arrivare addosso dalle persone “colte”. L’ennesima dimostrazione di come le due culture non si parlano, e non si potranno mai parlare, con un linguaggio comune.

Una nota finale: sul National Geographic Italia, che almeno io non ho mai smesso di criticare quand’era necessario, c’è un articolo di Paola Richard (che non conosco) che nella sua freddezza, semplicità e povertà narrativa dà parecchi punti al cicisbeo letterato figlio di tanto padre. Una volta tanto…
Sul National Geographic America uscì invece anni fa invece un articolo sulla medusa in cui si spiegava perché potrebbe servire all’uomo, secondo Stefano Piraino, uno degli autori dell’articolo del 1966, e che conteneva un’intervista a Marisa Pia Miglietta, che studiava la bestia negli Stati Uniti. Miglietta afferma come la specie possa essere considerata invasiva perché è diffusa in molti oceani e il Dna di tutte le popolazioni è molto simile. Questa sì che è una notizia, non il giapponese che le alleva in un contenitore di alluminio. Ma il buon Rich (nomen omen) non si cura di queste sottigliezze, preso dai fumi della sua letteratura…

5 commenti:

le biocomiche ha detto...

Caro Marco, capisco le tue argomentazioni e (anche se non ho letto l'articolo in questione), ti do pienamente ragione (atteggiamento non scientifico anche il mio!).
Però sul fatto che umanisti e scienziati non comunichino e non potranno mai farlo, non sono d'accordo. E' vero che di solito sono gli scienziati a diventare scrittori (vedi Calvino, Gadda, Levi e anche Sagan), ma questo è perché il passaggio da scienziato a scrittore è molto più semplice che il percorso inverso.
Secondo me sta a noi scrivere di scienza bene e con precisione, se non proprio con tutti i dettagli. Dobbiamo crederci, però!

le biocomiche ha detto...

Caro Marco, capisco le tue argomentazioni e (anche se non ho letto l'articolo in questione), ti do pienamente ragione (atteggiamento non scientifico anche il mio!).
Però sul fatto che umanisti e scienziati non comunichino e non potranno mai farlo, non sono d'accordo. E' vero che di solito sono gli scienziati a diventare scrittori (vedi Calvino, Gadda, Levi e anche Sagan), ma questo è perché il passaggio da scienziato a scrittore è molto più semplice che il percorso inverso.
Secondo me sta a noi scrivere di scienza bene e con precisione, se non proprio con tutti i dettagli. Dobbiamo crederci, però!

Gianni Comoretto ha detto...

Nel mio blog un commentatore mi ha consigliato un "bellissimo" articolo di una professoressa. Per gli amanti del genere riporto il link. http://www.filosofia.unimi.it/itinera/mat/saggi/cappellettoc_forma.pdf

La signora impiega 8 pagine per dire, in soldoni, che studiare la forma delle cose è importante. Cita a man bassa Goethe senza spiegare cosa Goethe sostenesse (non si capisce neppure cosa ne pensi lei), parte da Kafka e tocca poeticamente non so quanti autori, e culmina in una domanda clou (sul parlare di evoluzione):

"Come possiamo infatti rappresentarci un continuum, che si modifica permanentemente, secondo variazioni infinitesimali cui noi partecipiamo e miriamo a descrivere?"

Perché uno stato è fermo, siamo al vecchio paradosso di Parmenide. Naturalmente il fatto che ogni scienza descriva cose che si modificano, senza problemi, da circa 400 anni, non la tocca.

Vero, sono due mondi incomunicabili.

Marco Ferrari ha detto...

Danilo: io cerco d fare quello che chiedi. Spesso non ci riesco, ma mi irritano coloro che trattano i miei argomenti senza rispetto.
Gianni; sei il primo che mi dà ragione. Tutti a dire che sono due modi diversi di conoscere il mondo, ma nessuno che mi spiega come possono essere commensurabili.

Alessandro Macilenti ha detto...

Ciao Marco,

sono un "letterato" dottorando che segue con piacere il tuo blog e altri argomenti scientifici. La mia tesi tenta di determinare quale possa essere il contributo umanistico allo sviluppo di una coscienza ecologica. Alla fine non credi che se siamo in questo predicamento (specialmente per quanto riguarda i cambiamenti climatici, perdita di biodiversità) è un problema culturale tanto quanto scientifico?

Per questo anche a me sono dispiaciute le tue parole quando hai detto che umanisti e scienziati non potranno mai comunicare.

Rispetto la tua opinione, e concordo molti umanisti come questo Rich pisciano fuori dal vasino andando a parare dove non dovrebbero. Lasciamo fare agli scienziati il lavoro degli scienziati, e noi umanisti dovremmo imparare a leggere più scienza. Non ci piove.

Però poi alla fine dobbiamo o no coinvolgere il pubblico? Abbiamo o no problemi globali in cui si richiedono "all hands on deck"? E però ci sono persone che come me, pur non avendo avuto in sorte di perseguire una carriera scientifica, vogliono dare il proprio contributo. Tanti scienziati (per primo E.O. Wilson) auspicano questa congiuntura.

Gettare la spugna e dire che i due mondi sono inconciliabili mi pare proprio un concetto inopportuno e, per i tempi che corrono, pericoloso.

Grazie per il tuo fantastico blog!

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