Tutti sono d'accordo che la biodiversità del pianeta stia diminuendo, e che la velocità di estinzione di base sia di molto superata da quelle generate dall'uomo, direttamente (caccia, persecuzione) o indirettamente (modifica degli habitat, disboscamento). Ma alcuni dicono che non tutte le cose vanno male, perché in fondo l'uomo, oltre che estinguere le specie localmente, ha anche contribuito ad aumentare la biodiversità di alcune regioni semplicemente trasportando specie di altri biomi: da quelle coltivate a quelle ornamentali a quelle invasive che seguono la nostra specie nei suoi spostamenti. Il risultato è che alcuni ambienti hanno perso molte specie, ma magari ne hanno guadagnate altrettante, e quindi in assoluto la biodiversità di queste zone non è diminuita. Sono tutte sensazioni, però, giudizi qualitativi, che non hanno mai avuto un conforto dai dati. Il pezzo di PlosOne ha fatto proprio questo tipo di calcoli, e i risultati sono estremamente interessanti, così come le conclusioni. Visto che il tutto è libero, vi invito a dare un'occhiata, e riporto qui solo alcuni dati che mi sembrano più importanti. Prima di tutto che nella maggioranza dei casi la perdita di specie locali si accompagna a un aumento della presenza di specie aliene: poi che l'indicatore più preciso di diminuzione di endemiche/aumento di aliene è la densità di popolazione umana, più di quanto non sia la modifica degli habitat. Poche sono le comunità vegetali senza disturbo umano e solo il 31% dei "paesaggi regionali" hanno meno specie vegetali dopo l'alterazione umana; questo perché la diffusione di altre specie a portato a un bilanciamento del numero di specie. Il tutto accade anche e soprattutto negli hotspot di biodiversità, otto dei quali hanno perso più del 10% delle specie. Sommando tutto, gli autori parlano di diminuzione globale e arricchimento locale.
Un giacinto d'acqua (Eichhornia crassipes), una delle specie più invasive del pianeta. *
Le conclusioni sono quelle che hanno suscitato il dibattito: secondo loro, non tutto è perduto, perché all'ombra del fenomeno delle aliene che invadono i territori (come per esempio la robinia in pianura padana, o lo zucchino del Po o il kudzu negli Stati Uniti) le specie locali non sono del tutto sopraffatte, e:
It may still be possible to sustain most of Earth’s plant species within the exotic-enriched anthromes that now make up most of the terrestrial biosphere, especially if anthropogenic ecological succession can be redirected to sustain native plant species as part of multifunctional land management strategies that incorporate biodiversity as a valued benefit together with agriculture and other land uses.
Alcuni hanno letto queste affermazioni come un "tutto va ben, madama la marchesa" (qui un altro esempio di questa impostazione). Anche se ci sono problemi, si può andare avanti così tanto le specie locali se la cavano da sole. È un approccio positivo (forse troppo) che dà per scontato che tanto non si può fare niente, e converrebbe non combattere troppo l'invasione perché è una lotta che ci costa troppo e non dà risultati di rilievo. Qui c'è anche un riassunto delle ricerche.
La contestazione a questa posizione deriva anche da questo articolo di Emma Marris. In cui si dice che, anche se è vero che viviamo nell'Antropocene (epoca nella quale l'uomo ha modificato l'ambiente come nessun altro fattore prima) dobbiamo accettarlo e agire perché questa stessa azione non vada oltre un certo livello. Dobbiamo e possiamo difendere le specie in pericolo traslocandole in zone più tranquille, progettare ecosistemi che facciano la funzione di quelli che abbiamo distrutto. Accettare insomma che questa è la Terra che abbiamo creato noi, che dobbiamo averne cura senza ostacolare troppo le attività umane, che orami sono qui e non possiamo farne a meno. È un po' come accettare i concetto di stewardship tipico delle religioni,per le quali il pianeta è nostro e possiamo farne quel che vogliamo, basta che lo facciamo funzionare a nostro favore.
La contestazione a questa posizione deriva anche da questo articolo di Emma Marris. In cui si dice che, anche se è vero che viviamo nell'Antropocene (epoca nella quale l'uomo ha modificato l'ambiente come nessun altro fattore prima) dobbiamo accettarlo e agire perché questa stessa azione non vada oltre un certo livello. Dobbiamo e possiamo difendere le specie in pericolo traslocandole in zone più tranquille, progettare ecosistemi che facciano la funzione di quelli che abbiamo distrutto. Accettare insomma che questa è la Terra che abbiamo creato noi, che dobbiamo averne cura senza ostacolare troppo le attività umane, che orami sono qui e non possiamo farne a meno. È un po' come accettare i concetto di stewardship tipico delle religioni,per le quali il pianeta è nostro e possiamo farne quel che vogliamo, basta che lo facciamo funzionare a nostro favore.
Purtroppo, e qui è solo un mio parere, tutte queste considerazioni si basano su un assunto indimostrato: che noi sappiamo come funziona il pianeta e siamo in grado di ripararlo (a nostro favore, ovviamente) se ci accorgiamo che qualcosa non va. È la stessa posizione degli adepti del geoengineering, che sono convinti di poter cambiare il clima terrestre con gli aerosol senza conseguenze. Un altro aspetto più sottile ha a che fare con la teoria dell'ecologia: gli ecosistemi sono "costruiti" in un certo modo, da un certo numero di specie in certe proporzioni, ma nessuno sa se per costruire quel determinato ecosistema sono necessarie PROPRIO quelle specie vegetali (tassonomicamente) e PROPRIO in quelle proporzioni, altrimenti il tutto non funziona e (forse) collassa. È vero, e forse su questo si basano gli articoli, che esiste anche una teoria neutra unificata dell'ecologia (di Stephen Hubbell). Ma esiste anche l'ecologia della invasioni biotiche, e sembra che qualche problema possa derivare da queste. Siamo proprio sicuri che tutte le specie sono equivalenti, e che tolta l'una e messa l'altra non ci siano conseguenze per l'ecosistema stesso? Magari è vero, ma partire dal presupposto che lo è mi sembra piuttosto incauto (cosa che l'autore dell'articolo riconosce, nel filmato qua sotto, che però proviene dal sito dell'Economist).
Insomma, per finire, mi sembra che porsi al timone del pianeta adesso sia un po' troppo presto: in fondo, non abbiamo ancora la patente, ma vogliamo andare a 250 all'ora in autostrada.
Ellis, E., Antill, E., & Kreft, H. (2012). All Is Not Loss: Plant Biodiversity in the Anthropocene PLoS ONE, 7 (1) DOI: 10.1371/journal.pone.0030535
*Le foto sono dell'autore
Insomma, per finire, mi sembra che porsi al timone del pianeta adesso sia un po' troppo presto: in fondo, non abbiamo ancora la patente, ma vogliamo andare a 250 all'ora in autostrada.
Ellis, E., Antill, E., & Kreft, H. (2012). All Is Not Loss: Plant Biodiversity in the Anthropocene PLoS ONE, 7 (1) DOI: 10.1371/journal.pone.0030535
*Le foto sono dell'autore
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