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Una fruttuosissima chiacchierata con alcuni (italiani) veri esperti di clima – a differenza di questo* – mi ha indotto a ridare un’occhiata ad alcuni punti controversi della faccenda. Il più dibattuto, ormai che quei disutilacci dei governi si sono accordati per mandare tutto a ramengo, è come adattarsi, non più come rimediare. Una delle proposte è quella del cosiddetto geoengineering, cioè di quella cosa che gli scrittori di fantascienza chiamavano terraforming, ma proprio qua, non su altri pianeti (l’immagine sopra viene da qua). San Google mi avverte che ne avevo già parlato qua. Comunque, il mio parere perplesso non era circostanziato da altro che un diffuso sospetto che qualsiasi cosa faccia la nostra specie per combattere modifiche complesse del sistema Terra non possa far altro che incasinare ancora di più le cose. A confermare il sospetto che non ci si possa addentrare su quella strada è un articolo che esce su Nature Climate Change. Si intitola Crop yields in a geoengineered climate ** (I raccolti in un clima geoingegnerizzato). L’hanno scritto alcuni climatologi americani, tra cui Ken Caldeira, noto per le sue posizioni possibiliste o meglio non del tutto critiche sul geoengineering (e per la sua vita molto interessante). Lo studio intende far chiarezza sulle possibili conseguenze del geoeng soprattutto sulla produzione di cibo. Secondo gli autori non sono molti i modelli che hanno preso in considerazione queste conseguenze, e sarebbe il caso di capire cosa accade in un pianeta in cui si continua a sputare CO2 nell’atmosfera e allo stesso tempo riempirla di aerosol che deflettono i raggi solari, in questo modo abbassando la temperatura. A parte che il problema del pH dei mari non viene assolutamente preso in considerazione, l’abbassamento di temperatura è solo una delle conseguenze di questi progetti. Kaldeira e company hanno quindi fatto partire un modello che cerchi di stabilire le conseguenze per i raccolti di un clima geoingegnerizzato. Le variabili prese in considerazione sono tante, ma non troppe: le specie coltivate sono solo mais, riso e grano, e gli scenari esaminati sono il raddoppio della CO2 e lo stesso ma con l’aggiunta di un agente di controllo delle radiazioni solari, l’aerosol in atmosfera. I risultati confermano studi precedenti, cioè il fatto che con il SRM c’è un aumento della produttività dei campi coltivati rispetto allo scenario con il solo aumento della CO2. Questo perché il primo scenario aveva un aumento della produttività solo per riso e grano, ma una diminuzione per il mais. Con l’aerosol in atmosfera il mais riguadagna in produttività.
Questo perché se l’aumento di CO2 fa aumentare anche la produttività, l’eccessivo calore la contrasta: se in atmosfera c’è dell’aerosol che ne mitiga gli effetti, questo effetto depressivo non c’è più. Tutto bene quindi, spariamo aerosol in atmosfera? No, perché, quasi come un ripensamento, dopo aver detto che gli aerosol fanno bene al mais, al riso e al grano, gli autori si rendono conto che probabilmente avrebbero anche altre conseguenze sull’intero ecosistema terrestre. E che il pensiero lineare per cui ogni guadagno della produttività è positivo porta ad ignorare altre conseguenze. Ecco la frase rivelatrice:
More importantly, geoengineering by SRM does not address a range of other detrimental consequences of climate change, such as ocean acidification, which could also affect food security through effects on marine food webs. […] The safest option to reduce the climate risks to global food security may be to reduce emissions of greenhouse gases.
E’ quindi inutile cercare di tappare un buco con il tessuto strappato a un’altra parte del vestito. E se lo dice anche Caldeira…
*Un articolo come quello postato alimenta sempre più il sospetto che lo scrivente (a parte non sapere che sapiens si scrive minuscolo corsivo) abbia quello che gli americani definiscono un’agenda. In questo caso che voglia far nascere il sospetto (o il dubbio, come da questo libro) che in fondo il riscaldamento globale non è poi male, se ci salva da una glaciazione. Che poi questa debba avvenire tra un millennio e mezzo, è un particolare che non tutto colgono.
**Pongratz, J., Lobell, D., Cao, L., & Caldeira, K. (2012). Crop yields in a geoengineered climate Nature Climate Change DOI: 10.1038/NCLIMATE1373
1 commenti:
L'unica geoingegneria che vedo possibile è il riassorbimento di CO2 e stoccaggio sotto forma di idrocarburi o qualche altra forma "stabile". Ma è una cosa che Madre Natura sa fare molto meglio di noi e ciononostante ci mette milioni di anni a farlo.
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