Questo articoletto di Piero Bianucci, gloria del giornalismo scientifico italiano, sta suscitando un bel dibattito tra i blog e le persone che seguo più volentieri su Fb. Per Beatrice Mautino c'è qualcosa di strano, specie nel fatto che stigmatizzi la posizione di Observa science. Secondo la dottoressa Mautino (ops) il pezzo è scritto da arrabbiato, anche se non si sa con chi. Secondo Peppe Liberti, sul suo blog Rangle la frase "Perché allora indire il seminario e stampare un comunicato che a sua
volta ha fatto stampare milioni di pagine di giornali di tutto il mondo?
Forse per mettere il cappello su una scoperta non ancora fatta ma
ritenuta imminente" (ok, LE frasi) sono poco chiare, perché "In genere si prova a mettere il cappello su una eventuale scoperta
quando c'è il rischio che la possa fare prima qualcun altro. Chi altri
sarebbe in grado di trovare l'Higgs se non LHC?".
Io vedo altri spunti di riflessione (oltre al fatto che Bianucci parla di comunicazione scientifica, quando sa benissimo che i comunicatori/giornalisti scientifici che hanno affrontato l'argomento si contano sulle dita di una mano). Lui dice che "La scienza è fatta prima di tutto di non so. Il grave è che ora i non so si annunciano alle conferenze stampa. E che i giornalisti, non potendo passare per ammazza-notizie, sparano i non so a piena pagina facendoli diventare forse sappiamo, presto sapremo, dicono che si saprà". Beh, a me sembra una cosa positiva; significa che i giornalisti, anche se per ragioni sbagliate, stanno inseguendo una normale procedura scientifica. Quella di mettere il dubbio qualsiasi cosa; anche se uno mi presentasse un lingotto di cinque chili fatto solo di bosoni di Higgs, io non sarei contento né convinto finché non l'ho esaminato. Che male c'è a instillare il dubbio nel linguaggio giornalistico, scimmiottando così quello scientifico? Cosa accade al giornalismo scientifico, si chiede Bianucci? Che diventa più simile al soggetto di cui parla, dico io. E che insegna al pubblico che le scoperte non sono "una volta per tutte", pietre miliari fisse e stabili, e che la procedura scientifica è un po' paradossale, perché procede, come il treno di The iron council (Miéville, da leggere subito), smontando i binari dietro il treno, su cui la carovana ha viaggiato fino a quel momento, per costruirne altri davanti. Le basi sono le stesse, il tragitto cambia sempre.
Io vedo altri spunti di riflessione (oltre al fatto che Bianucci parla di comunicazione scientifica, quando sa benissimo che i comunicatori/giornalisti scientifici che hanno affrontato l'argomento si contano sulle dita di una mano). Lui dice che "La scienza è fatta prima di tutto di non so. Il grave è che ora i non so si annunciano alle conferenze stampa. E che i giornalisti, non potendo passare per ammazza-notizie, sparano i non so a piena pagina facendoli diventare forse sappiamo, presto sapremo, dicono che si saprà". Beh, a me sembra una cosa positiva; significa che i giornalisti, anche se per ragioni sbagliate, stanno inseguendo una normale procedura scientifica. Quella di mettere il dubbio qualsiasi cosa; anche se uno mi presentasse un lingotto di cinque chili fatto solo di bosoni di Higgs, io non sarei contento né convinto finché non l'ho esaminato. Che male c'è a instillare il dubbio nel linguaggio giornalistico, scimmiottando così quello scientifico? Cosa accade al giornalismo scientifico, si chiede Bianucci? Che diventa più simile al soggetto di cui parla, dico io. E che insegna al pubblico che le scoperte non sono "una volta per tutte", pietre miliari fisse e stabili, e che la procedura scientifica è un po' paradossale, perché procede, come il treno di The iron council (Miéville, da leggere subito), smontando i binari dietro il treno, su cui la carovana ha viaggiato fino a quel momento, per costruirne altri davanti. Le basi sono le stesse, il tragitto cambia sempre.
Per riprendere quello che dice Stefano Dalla Casa in un commento su Fb: "Se la scienza è fatta comunque di non so, qual è il suo criterio per stabilire quando è lecito che una scoperta sia diffusa alla stampa? Esiste un specie di indice di Bianucci basata sul p-value?"
Può darsi, per terminare, che Bianucci fosse arrabbiato; se è così, lo è per le ragioni sbagliate. Cioè che il Cern strombazza cose che non ha ancora scoperto per giustificare la sua esistenza. E il mio dubbio è proprio questo: deve proprio giustificarli, i soldi che tutti i contribuenti europei e americani spendono per sbattere un protone contro un altro? Non sono convinti, i responsabili, che la stessa ricerca scientifica sia giustificata dalla sua stessa esistenza, senza cercare scuse? O sentono il fiato sul collo della crisi e devono dire al colto e all'inclita che in fondo anche loro servono a qualcosa, tipo scoprire com'è fatto l'universo (e quindi anche scilipoti, forse?)? Non so, come dico altrove mi ricorda il caso della Nasa e dei batteri all'arsenico, o di Ida (l'anello mancante che non lo era) o dell'asteroide pieno di batteri marziani. I medici, per dire, non strombazzano al mondo il fatto che hanno curato un raffreddore, perché tutti sanno che senza di loro non si starebbe bene (anche se, a volte...).

3 commenti:
La metafora del treno di Miéville che citi ha un precedente più illustre (nessuno offeso) nella metafora di Otto Neurath, tanto cara a Quine, in ambito più propriamente scientifico: "Noi siamo come naviganti che devono restaurare la loro nave in mare aperto, senza poterla mai smontare in un cantiere e senza poterla mai ricostruire con parti migliori." (cfr. qui).
Saluti.
Grazie della citazione, che innalza di parecchio il livello di questo blog. Anche Darwin, da qualche parte, e forse Mondo, ma devo controllare, e sicuramente Jacob, hanno detto che l'evoluzione si comporta come un bricoleur che deve aggiustare le cose con quello che ha a disposizione e mentre procede, senza potersi fermare. Ma Miéville mi piaceva troppo. E i suoi romanzi sono il massimo (oddio, io di romanzi leggo solo quelli e Paolo Bacigalupi, quindi non faccio testo).
Mondo=Monod, ovviamente
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