02 settembre 2011

Meglio un bel confine tra uomo e natura

ResearchBlogging.orgSpesso mi astengo dallo scrivere qualcosa perché penso che tanto prima o poi qualcuno lo farà, e spessissimo meglio di me. Per questo non ho commentato un bell'articolo uscito qualche giorno fa su Science, e che riguarda la conservazione degli ambienti naturali e delle specie. Ma, che io sappia, nessuno ne ha parlato. E allora, è uno sporco lavoro e qualcuno deve farlo. Il lavoro, scritto da ecologi e inglesi, taglia alla radice un dibattito che va avanti da anni: la protezione dell'ambiente e delle specie può convivere con le attività umane, e in particolare con l'agricoltura? Su questo ci sono due scuole di pensiero: una dice che la condivisione della terra (land sharing) è possibile e si ottengono i risultati migliori, l'altra che invece le due cose devono essere distinte (land sparing). Nel primo caso ovviamente l'agricoltura dovrebbe essere di basso impatto e con l'uso di metodi wildlife friendly, nel secondo invece il territorio agricolo potrebbe essere usato per ottenere alte rese, e una parte dell'area lasciata completamente alla natura. Il lavoro ha censito la presenza di specie più o meno rare di alberi e di uccelli in due regioni, una in Ghana e l'altra in India (167 bird species and 220 tree species in 25 1-km2 squares in Ghana, and of 174 bird species and 40 tree species in 20 1-km2 squares in India, per la precisione). Molte variabili sono state prese in considerazione, tipo la rarità o meno di una specie, l'area di diffusione, l'impatto delle varie tecniche agricole sulle popolazioni. Le specie sono divise in "perdenti" (quelle che ci perdono di più con l'agricoltura) e "vincenti" (quelle che ci guadagnano), con tutta una serie di gradazioni intermedie. 

I risultati non sono ovviamente univoci ma, a tutti i livelli di resa, c'erano meno vincenti che perdenti, ma, a parte casi intricati (per esempio The ratio of losers for which land sparing results in the highest population to those for which land sharing is best was greater for species with smaller global ranges and higher for trees than for birds) il verdetto è che è meglio per le specie selvatiche sia di piante sia di uccelli non condividere lo spazio con l'agricoltura. Nel blocco accanto, per esempio, l'asse x riporta le rese agricole, l'y il numero di specie di uccelli con un'ampia area di diffusione, in India e Ghana (i vincitori sono a colori chiari, i perdenti scuri). Come si vede ci sono più specie quando il territorio è governato a basse rese (fino a 0 - la foresta intatta) che quando le rese sono elevate. Attenzione che The y axes represent numbers of species scaled so that the vertical extent of each panel, which represents the total number of species in the sample, is the same for each taxon-country combination.


Quindi una divisione netta dei compiti (tanto per la natura, tanto per l'agricoltura) è la strategia migliore per proteggere le specie e avere anche una resa più elevata. Per finire i ricercatori hanno simulato anche quali potrebbero essere i risultati di queste varie politiche nel futuro, in particolare nel 2050: ci si aspetta (tutti si aspettano) che il numero di individui sia inferiore nel 2050 che adesso, ma per il Ghana, la popolazione di molte specie era inferiore nel 2007 di quanto non potrebbe essere nel 2050 se si applicasse la politica del land sparing. Se invece si continua con la politica delle basse rese, e quindi essenzialmente con la convivenza tra agricoltura e wildlife, il risultato è una perdita più o meno globale della biodiversità. Le conclusioni globali le lascio direttamente agli autori:


Our analyses do not address the question of how to protect natural habitats on land that, because of high yields elsewhere, is not required for farming. However, they do show that, if mechanisms to achieve this could be found, most species would have higher populations under land sparing than under land sharing or intermediate yield farming.
Gli autori fanno anche notare di come il land sparing sia anche il modo migliore per mitigare l'impatto delle emissioni che causano il riscaldamento globale.  Come poi si possa raggiungere lo scopo di far convivere le due attività l'una accanto all'altra senza che il coltivatore si lamenti di avere accanto una bella foresta che non produce niente non è compito dei ricercatori, che lo dicono. Certo questo è un classico esempio di come la ricerca, i numeri e il duro lavoro vadano contro quello che è sempre stato predicato anche dalle associazioni di protezione della natura come il modo migliore di proteggere la biodiversità. E di come la scienza sia molto spesso un'attività che contrasta il senso comune. Un tema spesso affrontato in questo blog.


L'immagine sopra è la foresta tropicale del Ghana,
[Image courtesy of Ben Phalan]



Phalan, B., Onial, M., Balmford, A., & Green, R. (2011). Reconciling Food Production and Biodiversity Conservation: Land Sharing and Land Sparing Compared Science, 333 (6047), 1289-1291 DOI: 10.1126/science.1208742

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