23 giugno 2010

Occhio per occhio

Da quando ho scritto questo libro (non preoccupatevi, non ce n'è quasi più in giro), mi sono interessato alla biologia ed evoluzione del mimetismo animale e vegetale. In particolare mi incuriosiva la "nascita" degli occhi finti, perché non riuscivo a farmi tornare i conti. Le farfalle o altri insetti che avevano evoluto gli occhi finti, come quella della foto, dovevano basarsi su qualche tipo di paura innata degli occhi (o di qualsiasi struttura ad essi simile), mi dicevo, anche se i manuali insistevano che molto probabilmente la paura degli occhi, come "rappresentanti" dei predatori, era appresa. È quindi con soddisfazione che leggo un articolo su Pnas che dice proprio questo. Il lavoro, intitolato A tropical horde of counterfeit predator eyes, prende in esame un numero molto elevato di bruchi e pupe di farfalle tropicali e giunge a una conclusione diversa da quella dei libri di testo. Cioè che gli uccelli o altri predatori che devono imparare quanto pericolosi possano essere due occhi che spuntano dalle foglie della foresta finiscono morti. E che quindi l'apprendimento non è alla base dell'avoidance da parte dei cacciatori di bruchi. Gli autori arrivano a questa conclusione non con esperimenti singoli, ma collazionando numerosi lavori scientifici a favore della propria tesi ed elencando una serie di osservazioni (ragionevoli, devo dire) che confermerebbero l'assunto. Per esempio che, contrariamente al classico mimetismo batesiano, ci sono molti più occhi finti che occhi veri (di predatori come i serpenti, per esempio) per ogni ettaro di foresta. O che non tutti gli "occhi" dei bruchi sono perfette rappresentazioni degli occhi veri, e che quindi la verosimiglianza non è affatto un criterio utile per giudicare queste strutture; insomma, funzionano anche due macchie rosse.
L'ipotesi generale è che nelle foreste tropicali (loro l'hanno studiato in un'area del Costa Rica) ci sia un'immensa rete di complessi mimetici che usano gli occhi come strumento, "sostenuti" dal fatto che i predatori di bruchi (uccelli in particolare) rispondono alla presenza degli occhi in maniera automatica e istintiva - se posso usare un termine un po' desueto. Anche se alcune specie di predatori sono tutt'altro che ingannabili, bastano pochi uccelli un po' più stupidi del normale (il termine è usato da loro) per far evolvere e mantenere la rete di mimetismi e la nascita di occhi finti. Un'ultima nota riguarda il linguaggio usato dagli autori: iniziare un articolo scientifico con
You are a 12-gram, insectivorous, tropical rainforest bird, foraging inshady, tangled, dappled, rustling foliage where edible caterpillar and other insects are likely to shelter
non è proprio comune. Complimenti agli autori.

9 commenti:

Alfred Borden ha detto...

Mi sembra che Wickler, nel suo "Mimetismo degli animali e delle piante", fosse giunto alla stessa conclusione, ma risale al '68!

Carlo ha detto...

Molto interessante. Avrei letto volentieri l'articolo. Mi sono dovuto contentare dell'abstract: il full text si paga. Di mimetismo non so quasi nulla. Il mimetismo criptico non mi sembra di grande interesse; ma il mimetismo come falso messaggio è straordinario. Talleyrand diceva che il linguaggio è stato dato all'uomo per mentire; molti, però, anche senza linguaggio se la cavano lo stesso egregiamente.

Marco F ha detto...

Se ti interessa ti posso mandare il pdf. mandami il tuo indirizzo e-mail

Marco F ha detto...

@Alfred Borden. Non sono riuscito a ritrovarlo (è sepolto da qualche parte) ma forse potrebbe essere stata l'ispirazione inconscia dei miei dubbi.

Alfred Borden ha detto...

Ciao Marco.
Dovrei rileggerlo anche io, ma ricordo che venivano citati esperimenti con uccelli nati in cattività (e che quindi mancavano della eventuale fase di apprendimento) ma che comunque evitavano di predare farfalle che mostravano le caratteristiche macchie ocellari.

Marco F ha detto...

A meno che tu non sia un neolaureato che ha trovato il Wickler su una bancarella, il suo possesso denuncia la tua età... Anche perché mi pare che il titolo sia "Mimetismo animale e vegetale"

Alfred Borden ha detto...

Eh eh, no, non sono così attempato; più un bamboccione, ecco.
Dopo infinite ricerche, un po' di tempo fa sono riuscito a trovare su una bancarella virtuale la ristampa pubblicata da Muzzio Editore nel '91 - tra l'altro con una bella prefazione di Minelli - dal titolo, appunto, "Mimetismo degli animali e delle piante".

Comunque, ho riletto la parte che bene o male ricordavo e dice quanto segue. Nel 1957, Blest (un etologo americano, presumo) condusse una serie di esperimenti con dei rigogoli nati in cattività (quindi inesperti) e delle farfalle fornite di macchie ocellari, come la Vanessa io. Ebbene, se al momento dell'attacco la farfalla mostrava gli “occhi”, gli uccelli indietreggiavano regolarmente, dimostrando una paura innata per i falsi occhi.
Lo studioso provò anche a proiettare all'improvviso ai lati delle prede, al momento dell'attacco, disegni di varie fogge: anche in questo caso, migliarini, rigogoli e cinciallegre indietreggiavano vistosamente in presenza di quei disegni più simili agli occhi.

Marco F ha detto...

In effetti nel testo gli autori dicono:
However, we believe that it generally underestimates the fact that potential predators also innately avoid various aposematic
signals and similarities to attributes of their predators, as shown by both experimental study (e.g., refs. 5, 8, 12–16),
observation (see especially ref. 4), and our natural history observations, and as sketched out by Blest (3) although subsequently
largely ignored for the past half
century.


L'articolo di Blest è:Blest AD (1957) The function of eyespot patterns in the Lepidoptera. Behaviour 11:209–256.

On line si trova anche l'abstract. Grazie

Alfred Borden ha detto...

Grazie a te per gli articoli che scrivi.

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