Image by niallkennedy via Flickr
No, non parlo delle elezioni. Anche se è curioso ad ogni elezione scoprire che questo paese sta spostandosi sempre più in una direzione sconosciuta ai più, parallela alla realtà e probabilmente in rotta di collisione con quest’ultima (non ditemi che stiamo andando a destra, perché non è vero). No, il titolo mi serve per collegare due fatti apparentemente lontani, ma secondo me piuttosto connessi. Uno è l’esito della Conferenza di Copenhagen dello scorso anno. L’altro è l’esito della Conferenza della Cites a Doha. In entrambi i casi, l’uso della parola fallimento secondo me è un eufemismo; ma non è questo che conta. Quello che mi ha colpito è che sia nell’uno che nell’altro caso quello che hanno detto gli scienziati (climatologi ed esperti di pesca) è stato bellamente ignorato, senza neanche ribattere che c’erano altri studi (magari falsi, magari pagati) che dimostravano il contrario. La stragrande maggioranza dei climatologi sono d’accordo che il clima terrestre sta andando a escort, e che se non si fa qualcosa i problemi potrebbero anche raggiungere un punto di non ritorno (tipping point); lo hanno detto e stradetto, forse con voci ancora troppo flebili secondo me. E tutti gli esperti di pesca hanno detto che se non si protegge tra gli altri il tonno rosso, tra qualche anno le popolazioni potrebbero scomparire, e non tornare mai più (com’è accaduto per altre specie). In entrambi i casi, i governi di tutto il mondo hanno detto molto chiaramente “Ce ne sbattiamo. Noi andiamo avanti così, perché questo è il nostro stile di vita. Noi vogliamo continuare a bruciare carbone e mangiare sushi o zuppa di pinne di pescecane”. Senza distinguo capziosi, senza neanche una parola sulla attendibilità dei dati, sull’estinzione possibile (anzi, quasi certa) delle specie non protette – oltre al tonno, ci sono anche gli squali e altre entità. Niente, solo un bel “Chissenefrega!”. I commentatori hanno detto, in un caso e nell’altro, che è il trionfo del businness as usual, che il commercio ha vinto sulla protezione dell’ambiente e la scienza, che i paesi in coma alla lista degli ingollatori di natura (tipo gli Stati Unit, il Giappone o la Cina, tanto per non far nomi) stanno riducendo il pianeta a una specie di terra bruciata in cui la tragedy of the commons è il meno che possa accadere. E’ secondo me un momento cruciale della storia della Terra, quando le esigenze di un approccio vincente (il capitalismo, tanto per essere chiari) vanno contro la sopravvivenza stessa della maggior parte dell’umanità. Che i governi si siano decisamente schierati da una parte (che è anche quella dei votanti) e non facciano ormai neppure finta di ascoltare la voce della scienza, ma anche solo quella del buon senso – non puoi continuare a pescare tonni o squali e sperare che ce ne siano sempre per un numero infinito di anni – mi fa solo ben sperare. Con questo approccio, l’estinzione della specie uomo come fattore ecologicamente rilevante si fa sempre più vicina. E, liberata dal giogo, spero che la natura possa continuare a produrre specie e riempire ecosistemi come dice lei.
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