E’ finalmente uscito il libro di Jerry Fodor e Massimo Piattelli-Palmarini sugli errori di Darwin. Il titolo è ovviamente “What Darwin got wrong” (Dove Darwin ha sbagliato) e racconta quali sarebbero i gravissimi errori che Darwin e i suoi seguaci hanno fatto dal 1859 ai giorni nostri, e di come la teoria sia fatalmente errata (fatally flawed). C’è stata una prima recensione sul sito del combattivo evoluzionista Jerry Coyne, una ottima recensione di Peter Forbes sull’Indipendent (con molte interviste da una parte e dall’altra) e alcuni articoli dei due autori su vari giornali. Tutto sommato, il lavoro è stato accolto come meritava dalla comunità degli scienziati; rumori fuori scena, per dirla in breve. Ma come sempre non mi interessa (o poco) cosa dicono quelli all’interno della disciplina, ma gli esterni. In particolare le
persone di “cultura”, nel senso più italiano del termine. E mi sono imbattuto in questo articolo della filosofa Mary Midgely, sul Guardian, che giudica il libro “piccolo e potente”. Perché finalmente svela come il neo-darwinismo (quello che i biologi chiamano la Sintesi moderna) sia stato per anni e anni chiuso a ogni contributo che vada al di là della selezione naturale come meccanismo principe , e forse l’unico, dell’evoluzione. La Midgely continua (credo dal libro) elencando altri fattori che potrebbero aver influenzato l’evoluzione: l’epigenetica, l’evo-devo, le leggi della fisica e della chimica che influenzano lo sviluppo (citando ovviamente D’Arcy Wentworth Thompson e Wolfgang Goethe) e altro. L’articolo si chiude chiedendosi perché i biologi siano così ostinatamente rimasti attaccati al darwinismo o almeno alla Modern Synthesis; e da buona filosofa se lo spiega con il successo di due libri divulgativi: Il caso e la necessità e L’orologiaio cieco. Perché? But what made them bestsellers was chiefly the sensational underlying picture of human life supplied by their rhetoric and especially their metaphors. This drama showed heroic, isolated individuals contending, like space warriors, alone against an alien and meaningless cosmos. It established the books as a kind of bible of individualism, most congenial to the Reaganite and Thatcherite ethos of the 80s.
Fin qui Mary Midgley. Per parte mia devo dire che è difficile leggere qualcosa di più superficiale e meno informato. La biologia moderna e la Sintesi sono ancora validi proprio perché hanno costruito un quadro di riferimento in cui evo-devo e compagnia cantante vi si possono inserire con facilità, completando e anzi spiegando meglio alcuni punti oscuri. Dire che (forse a parte Dawkins) tutti si attengono al paradigma “la selezione naturale è l’unico motore dell’evoluzione” significa non conoscere quasi niente della biologia moderna. Che ha scoperto l’evo-devo e l’epigenetica, le leggi della forma e il genetic drift, la contingenza e la casualità eccetera eccetera. Non abbiamo (meglio, non hanno, io c’entro poco) bisogno di filosofi come Fodor o
Midgely per spiegare cos’è successo nella biologia moderna, grazie tante. Concludo con le parole di Coyne (a sinistra):
virtually every biologist and philosopher who has followed Fodor’s arguments over the past two years has taken issue with his views on natural selection and with his philosophical arguments. The book will, I predict, give enormous comfort to creationists, but will receive almost no praise from philosophers and scientists.
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11 commenti:
dai da noi essere creazionisti fa fine, soprattutto se si è ingegneri ;-)
Dawkins ha sempre sottolineato (a ragione) come la selezione naturale sia l'unico meccanismo in grado di spiegare l'evoluzione degli adattamenti (tutti, senza eccezione), non l'evoluzione in generale.
Inoltre ha spesso fatto riferimento al fatto che, nonostante abbia parteggiato per gli adattamentisti (ingiustamente demonizzati dalla smania di controversia di Gould e soci), accetti la possibilità teorica di una selezione gerarchica, se e solo se il tratto selezionato possa essere attribuibile ad un gruppo e non a individui (come ad esempio lo sviluppo embrionale)... anche se questa tanto agognata modalità, ancora, non s'è vista...
Vallo a dire alla filosofa. Io non sono così certo che Dawkins abbia sempre ragione (né che Gould smaniasse) ma sono sottigliezze. Il problema adesso sono Fodor e company che stanno fornendo cibo (fodder...) per i creazionisti, anche se si dicono atei.
Il problema ovviamente non è la filosofia, ma, come ben sottolineato nell'articolo, è la competa ignoranza rispetto allo stato dell'arte del programma evoluzionista.
E non mi riferisco solo a Fodor e compagni (non so quanto conti l'ignoranza rispetto allo spirito critico e fraudolento). Infatti il loro gioco è reso possibile dalla scarsissima capacità comunicativa che i biologi evoluzionisti (così come molti scienziati) in media possiedono: un pubblico ben istruito e formato saprebbe scovare le fallacie dei loro ragionamenti sulla selezione, e potrebbe risponderebbe alle loro argomentazioni sull'estensione del discorso evoluzionistico con un bel "grazie al cxxxo" (mi si perdoni la scurrilità)
Io non ce l'avrei fatta ad arrivare in fondo all'articolo della filosofa. Complimenti per l'"endurance"
Be', sui giornali italiani Massimo PP ne parla dal 2008, così la notizia è fané.
@Geoffroy
di biologi evoluzionisti che comunicano alla grande ce ne sono un sacco, dai genetisti ai paleontologi. Ma siccome tivù e giornali della maggioranza preferiscono i creazionisti, il pubblico non può saperlo. Idem per climatologia, staminali, neuroscienze o fotonica, almeno c'è la par condicio!
Vi prego, possiamo fare a meno di certi aggettivi. Dire biologo evoluzionista è come dire astronomo eliocentrista o chimico atomista. Dannatamente pleonastico.
Saluti da un pensatore razionalista
E' vero solo in parte. Ci sono biologi che si occupano di altre parti della disciplina e sono definiti in altri modi: microbiologi, ecologi, genetisti eccetera. D'altronde dire solo evoluzionista potrebbe ingenerare confusione, perché ci sono evoluzionisti anche fra i filosofi e i non scholars; biologo evoluzionista definisce un biologo che studia l'evoluzione. Ma infine è anche vero che dal punto di vista del quadro filosofico di riferimento tutti i biologi non possono non dirsi evoluzionisti. Eviterò.
Scriveva un paio di anni fa Piattelli Palmarini: "La selezione naturale della teoria darwiniana classica può agire solo su quello che le complesse interazioni della fisica, la chimica, l'organizzazione interna dei sistemi genetici e le leggi dello sviluppo corporeo possono offrire." Affermazione lapalissiana che nessuno si sognerebbe di contestare, neppure, ovviamente, Daniel Dennett. Si tratta di un altro modo, meno elegante, per dire quello che una cinquantina di anni fa scriveva François Jacob: l'evoluzione è un lavoro di bricolage.
Di questo appunto tratta la prima parte del libro: tutte cose che suppergiù si sanno e non toccano affatto la selezione naturale.
I guai arrivano nella seconda parte, nella quale l'intervento di Fodor si direbbe determinante. Si tratta di un cumulo di sciocchezze a partire dalla maldestra analisi del pensiero di Skinner. Se gli errori di Skinner fossero quelli evidenziati da Fodor mi convertirei subito allo skinnerismo. Dimentica Fodor di dirci che la prima critica seria al condizionamento operante non venne dal cognitivismo, ma da Konrad Lorenz.
Le cose vanno anche peggio quando si passa alla selezione, che non solo non esiste, ma non può esistere, perché la natura non ha una mente, non ha una semantica, perciò non può selezionare per.., non ne sa nulla di quello che mette nel sacco, se si tratta della cupola di S.Marco o dei pennacchi.
Mi domando come sia possibile che queste corbellerie vengano prese sul serio.
Tu, Marco, scrivi “Io non sono così certo che Dawkins abbia sempre ragione (né che Gould smaniasse)” , tornando sul contrasto tra i due. Anch'io la penso in un certo modo come te, però....Purtroppo Gould, che per altro apprezzo molto, è diventato il rifugio degli spiritualisti. L'exaptazione offre territori sconfinati per l'insediamento di ciò che non è adattamento, ma è libertà, creatività. Per esempio il cervello, diceva, non si è formato per ascoltare la musica. Vabbè. Però di recente è uscito un libro di Levitin (un neurologo), Fatti di musica, che sostiene quello che ho sempre pensato: la musica ha un valore adattativo, perché attiva la socialità (sincronizza i cervelli, dico io). Anche Lewontin, che è marxista, ha dato spazio senza volerlo, agli spiritualisti: quel gioco di prestigio che chiamano dialettica, consente di sganciarsi dal determinismo, e perciò.... vai con la creatività! Lysenko, nella Russia sovietica, con la dialettica pretendeva di riesumare il lamarckismo.
Ma io non credo affatto in una contrapposizione insanabile tra la concezione di Gould e quella di Dwakins. Il contrasto tra i due è profondo sul piano culturale, idelogico e anche del temperamento: Gould è un buono (La vita è una cosa meravigliosa), Dawkins è un sadico con tratti mefistofelici (dopo averti inorridito con le macchine per la sopravvivenza, finge di consolarti con i memi, poi ti terrorizza con i tentacoli minacciosi del gene nel Fenotipo esteso). Però sul piano rigorosamente teorico gli equilibri punteggiati possono tranquillamente essere assunti come un'analisi più attenta di taluni meccanismi lasciati in ombra da Darwin e dai fondatori della nuova sintesi. La polemica esplose per due motivi. Da una parte gli ultradarwinisti in parte fraintesero, Dall'altra, diciamolo pure, Gould enfatizzò forse un po' troppo la novità del suo pensiero. Che cosa dice Gould? “Many species once formed never undergo any further change..... and the periods during which species have undergone modification, though long as measured by years, have probably been short in comparison with the periods during which they retain the same form” Questo, suppergiù, dice. Salvo che la citazione non l'ho presa da Gould, ma da Darwin, dall'Origine della specie. (continua).
“Le specie esistono” insistevano un po' ingenuamente Gould e Eldredge. Che cosa significhi non è ben chiaro se si vuole essere pignoli sul piano filosofico. Però si sarebbe potuto rispondere che anche domini, regni, phila.... esistono. Sì, ma è diverso, e questo i due non mi sembra che lo sottolineassero adeguatamente. Tutto l'ecosistema, articolato in domini, regni, phila... guida ovviamente la selezione dei geni (parlo deliberatamente in un ottica ultradarwinista). Ma la specie di appartenenza è qualcosa di diverso, perché stabilisce dei confini (sia pure talora un po' sfumati) entro i quali il gene egoista si muove, talora a fatica, quasi impantanato. Ma che cosa è una specie, se non un pool di geni che possono mescolarsi tra loro? Un gene mutante inserito nel team giusto potrebbe fornire particolari vantaggi a chi ne è portatore, ma quei vantaggi potrebbero andar persi al cambiamento del team quando si arranca nella palude. Se si esce dai confini imposti dalla specie, il team suppergiù si conserva e si procede così più speditamente.
In pratica ho tradotto sommariamente la tesi di Gould nel linguaggio di Dawkins. Questa possibilità Dawkins credo che non l'abbia capita o non abbia voluto capirla, perché ormai inchiodato in una posizione causata dai fraintendimenti iniziali. Per Dawkins, Hamilton, Maynard Smith parlare di specie significava riesumare quello che Mayr aveva definito l'essenzialismo platonico (ma se la specie è un pool di geni non vi posto per l'essenzialismo). Gli ultradarwinisti sospettavano inoltre che Gould volesse rispolverare la vecchia selezione di gruppo, e vedevano negli equilibri punteggiati (la denominazione, a dire la verità, è proprio brutta e fa una figura meschina di fronte al 'gene egoista' che è invece un'espressione davvero efficace ed azzeccata) l'ombra dell'Hopefull monster di Goldsmith.
Quanto alla questione dell'exaptazione bisogna dire che era nuovo soltanto il nome, perché nella sostanza l'idea era già contenuta nella definizione di François Jacob dell'evoluzione come bricolage: si fa quel che si può, arraffando quello che si trova e salta fuori qualcosa così-così (i pennacchi di San Marco), che però poi può offrire nuove possibilità. Che cosa c'è mai in questo di tanto rivoluzionario che sconfigga l'adattamentismo? E' soltanto un saggio avvertimento. “Andate cauti!”
La polemica, una volta accesa, andò avanti fino alla morte di Gould e perdura tuttora, un po' sopita con Eldredge. E' stata talora divertente, ma se si fosse evitata vi sarebbe stata la possibilità di chiarire meglio alcuni concetti e gli spiritualisti avrebbero trovato meno spazio.
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