22 gennaio 2010

Lettere e ghiacciai. E comunicazione

Appena calmata la bufera sulle lettere rubate dal computer della Climatic Research Unit dell'Università di East Anglia che si scatena quella sui dati palesemente sbagliati che riguardano lo scioglimento dei ghiacciai himalayani. In entrambi i casi (più nel secondo che nel primo, penso io) la credibilità degli studiosi di clima è stata scossa, profondamente. Ma se, nel caso delle lettere, sono state trovate solo alcune espressioni equivoche (tricks o altro per giustificare la correzione dei dati) o offensive ("quello non lo faccio lavorare più") nel secondo l'errore è ben più grave, anche se meno appariscente. Le lettere, per chi le sa leggere (non metto link perché è materiale rubato, ricordiamo) raccontano della normale vita dei ricercatori che si sentono continuamente messi sotto accusa per un lavoro che li sbatte qui e là per il mondo, mentre i critici sparano accuse non circostanziate dal caldo delle loro stanzette in parlamento o al congresso (i climatologi negazionisti sono veramente pochi). Nel secondo caso invece l'IPCC ha pubblicato un dato che, oltre che provenire da un rapporto del Wwf (quindi non un lavoro scientifico in senso stretto) non ha controllato per niente il dato e l'ha pubblicato così com'era, cioè che la scomparsa dei ghiacciai dell'Himalaya era "molto probabile" entro il 2035. La gravità del fatto non deriva dalla mancanza di peer-review (l'IPCC non è obbligato a usare SOLO materiale peer-reviewed) ma proprio dalla mancanza di controllo. Le scuse che in fondo non è un "central claim" valgono il tempo che trovano. Se uno mi dice che i ghiacciai più importanti del mondo, da un punto di vista "sociale", saranno scomparsi in un quarto di secolo, può anche essere nascosto nelle note a piè di pagina, ma i giornalisti riusciranno a scovarlo in ogni caso: qui, come spesso accade, quel che conta è la mancanza di sensibilità nella comunicazione scientifica di altissimo livello. È un dato troppo ghiotto per farselo sfuggire. È come se i ricercatori sapessero benissimo come si comunica, ma solo tra di loro; quando "escono" si trovano in un mondo che non vive di dati precisi, ma di metafore e metametafore che si attorcigliano l'una con l'altra fino a divenire indistinguibili da un mondo inesistente ma perfettamente a suo agio con quello che il cervello delle persone si è costruito. Insomma, il trionfo dell'idealismo più bieco contro unrealismo molto relativo. E la dimostrazione che hanno un gran bisogno di un minicorso di comunicazione della scienza.

La dida sopra proviene da qui, e ha questa dida:
A very deep layer of ice covered the Imja glacier in the 1950s (top photo). Over the next 50 years, small meltwater ponds continued to grow and merge, and by the mid 1970s had formed the Imja lake. By 2007, the lake had grown to around 1 km long.
Photograph: Erwin Schneider/Alton Byers/The Mountain Institute

2 commenti:

Mauro ha detto...

certo che pure quelli dell'IPCC sono dei bei c... è vero che non sono tenuti ad usare solo materiale peer reviewed (cosa per me sbagliata!) ma quando fai riferimento a montagne "sacre" almeno fai qualche controllo. :-X

Marco F ha detto...

Hai riassunto in breve il mio pensiero. Quando esci dai laboratori per comunicare, e su un argomento così sensibile, devi tenere presente un milione di fattori diversi, compreso, anzi soprattutto, il sentire comune della gente sull'argomento e i luoghi di cui parli. Che è poi quello che fanno i giornalisti, a bene vedere. Ma parlo pro domo sua...

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