Non sono mai stato particolarmente appassionato di economia, sia quella spicciola di casa (basta vedere i miei conti) sia quella teorica. C'è troppa matematica fondata sul nulla, su comportamenti umani assolutamente ideali (la mano invisibile dovrebbe mettere a posto le cose per i consumatori?) e che sono facilmente smentiti dal senso comune. Già solo un articolo come The tragedy of the commons, che tutti trovano almeno ragionevole, distrugge molti dei presupposti alla base dell'economia moderna, dalla mano invisibile alla scelta razionale al mercato ideale. C'è poi la faccenda dei limiti del pianeta e della crescita infinita (cui si aggiungono i servizi degli ecosistemi, non conteggiati nei bilanci), per non parlare del Pil, che mi fanno pensare quanto poco sia il tempo per sprecarlo in letture di economia. Ma la crisi attuale mi ha fatto pensare che in fondo ci sia un legame tra la stessa e i miei soggetti preferiti, cioè l'evoluzione e l'ecologia. Prima di tutto il fatto che il comportamento degli operatori del mercato non tende a massimizzare il bene del mercato stesso, ma quello degli operatori. Insomma, sono operatori egoisti; e da lì al gene egoista il passo è breve. Uno dei presupposti della teoria dell'evoluzione infatti è che il tornaconto immediato, nel tempo e nello spazio, sia il metro di giudizio sul quale si scontrano le combinazioni di geni e fenotipo che noi chiamiamo individui. Poiché, in fondo in fondo, un commerciante o un imprenditore altro non è che una combinazione di geni e fenotipo che deve sopravvivere fino alla prossima generazione, perché non valutare il suo comportamento in base allo stesso principio? E questa è in fondo una limitatissima spiegazione della crisi attuale; Madoff e company si sono dati da fare per ottimizzare anzi aumentare la loro fitness. Madoff lo hanno beccato (ma intanto si è riprodotto) altri no (specie in Italia, adesso che la class action taglia fuori Cirio, Parmalat e compagnia rubante). A confortarmi in questo pensiero c'è adesso un bell'articolo sul New York Times che parla esattamente di questo. Di come cioè l'egoismo personale e il tornaconto immediato facciano premio sul bene comune. E che, mano invisibile o meno, senza un controllo dall'alto (che in natura non si ha, ma che lì non serve) le crisi si ripeteranno a distanza sempre più ravvicinata.
Un'altra ragione la trovo in questo intervento di Al Gore al Smith School World Forum on Enterprise and the Environment. Riprendendo una vecchia idea (ancora) dei Limiti dello sviluppo, Al Gore dice che il cervello umano non è adatto a rispondere a minacce lente e astratte, non c'è niente da fare, non le vediamo come minacce. Anche perché le vie che vanno dall'amigdala (il centro delle emozioni) alla neocorteccia sono a senso unico: emotional emergencies can spark reasoning, but not the other way around. Il tutto mi sembra un po' troppo tirato via (e devo controllare un paio di libri di anatomia) ma a prima vista l'idea funziona.
Per finire, solo il controllo razionale può superare i problemi dell'egoismo miope, tipico di ogni specie.
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1 ora fa

5 commenti:
Se vuoi il mio parere riguardo all'economia, beh, non la trovo una cosa complicata.
Tu metti un milione di euro in banca, e la banca ti da un libretto di assegni. Poi, la banca presta il tuo milione di euro ad un altro tizio, e gli da un libretto di assegni.
Se tutti e due incassate un assegno da un milione di euro, beh, quei soldi non ci sono. Ce n'è la metà. Tutto qui.
Non serve mica una laurea in economia.
Certo, se parti dal presupposto che il mercato abbia una crescita continua e infinita, tutto quadra.
Ma bisogna anche dire che se credi nella possibilità di una crescita continua e infinita, sei un candidato ideale per il premio Darwin.
Danilo
"Già solo un articolo come The tragedy of the commons, che tutti trovano almeno ragionevole"
...viene interpretato invocando conseguenze esattamente opposte a seconda del background ideologico.
E questo è un bell'esempio di cos'è l'economia in pratica.
@ danilo
Candidati al premio Darwin ce ne sono a milioni, allora.
@ Weissbach
Forse perché sono vecchio e ideologicamente connotato, ma "La tragedia dei pascoli comuni" come appoggio al liberalismo spinto non ce la vedo proprio.
E invece la lettura liberista è abbastanza dominante.
Una delle soluzioni preconizzate è proprio che (banalizzo molto) se tutte le risorse non sono pubbliche ma suddivise in proprietà private ogni proprietario sarà molto più oculato nel gestire le risorse.
(e io voglio i miei 10 km3 di atmosfera)
Ok. Ora ci sono.
Grazie
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