
Tutto comincia con un articolo sulla Stampa di Torino, che denuncia la situazione di gravissima difficoltà in cui si trovano molti animali del Parco del Gran Paradiso, a causa delle forti nevicate. Camosci, stambecchi, caprioli e volpi, dicono sul giornale, non hanno da mangiare e probabilmente moriranno a centinaia. Il giorno dopo un altro articolo, questo, che titola "E' un orrore lasciar morire gli stambecchi" rilancia il dibattito, addirittura con un sondaggio che chiede se è giusto o meno l'inazione. Finora il risultato è 54 per lasciarli morire e 46 soccorrerli. Nell'articolo ci sono varie opinioni, che spaccano in due l'approccio degli italiani alla faccenda. L'intervento più illuminante è questo
«Non condivido il “dovere“ di accettare la teoria naturalistica della riserva, creata e gestita dagli interessi dell’uomo - ha scritto Anna Maria alla Stampa - L'inverno con molta neve fa spostare gli animali, cercano aiuto e chi trovano? Dei teorici che li lasciano morire di fame. Mi dicono che caprioli, madre e figli, stanno sul bordo di una pista da sci, per fame, a guardare gli umani divertirsi. Aspettano cibo. Gli animali sconfinano, per sopravvivere, sono in ogni caso in balia dell’uomo, aiutiamoli».
La signora Anna Maria non si rende conto di parecchie cose; primo che il parco non è creato e gestito dagli interessi dell'uomo, ma almeno in teoria da quelli della natura. Secondo, i "teorici" di cui parla la signora sono veterinari e naturalisti che ogni giorno escono e si fanno un c**o a capanna per capire come vanno le cose nel territorio protetto. Curiosa poi la localizzazione dei caprioli; stanno "sul bordo di una pista da sci". Si è mai chiesta la signora perché c'è una pista di sci in un parco nazionale? E cosa succederebbe agli animali se questa pista non ci fosse? Dà per scontato che un'attività impattante come lo sci ci debba essere, e che nel contempo questi animali vadano soccorsi? Ma sentiamo cos'hanno da dire i "teorici". Prima di tutto il veterinario del Parco, Bruno Bassano, che dice di lasciarli stare, perché «Anche se può sembrare crudele, bisogna accettare questa forma di selezione naturale». Poi sul Gruppo di discussione sulla ricerca faunistica, il naturalista (o biologo, non ricordo) Achaz von Hardenberg del Centro Studi Fauna Alpina del Gran paradiso pubblica un comunicato stampa del Parco, che dice fra le altre cose: la selezione operata dalla neve e dall’inverno è un fenomeno naturale, tutt’altro che eccezionale in aree di montagna come il Gran Paradiso e che ha effetti a lungo termine benefici sulla “qualità” della popolazione del Parco.
Poi che:
la storia del Gran Paradiso, come di molte aree protette di montagna, dimostra che questi eventi sono periodici e che nulla possa essere fatto per modificarli: gli sforzi profusi degli anni ’70 e ’80 per dare foraggiamento artificiale agli erbivori selvatici non ha portato a concreti risultati in termini di sopravvivenza, senza considerare il fatto che operazioni di questo tipo dovrebbero essere attuate sull’intera superficie dell’area protetta con costi ciclopici ed effetti addirittura controproducenti. Anche esperienze in altri paesi, tradizionalmente con inverni molto più rigidi dei nostri, come gli Stati Uniti e il Canada, dimostrano che il foraggiamento artificiale oltre a non essere una misura efficace per limitare la mortalità, ha effetti addirittura negativi per gli animali
E conclude con un'osservazione illuminante:
La selezione operata dalla neve è di fondamentale importanza per una popolazione alpina e il declino degli stambecchi in questi ultimi anni lo dimostra: interi decenni senza neve hanno creato condizioni per un’anomala sopravvivenza di camosci e stambecchi che sono aumentati fino a circa 5.000 capi gli stambecchi e circa 8.000 i camosci nel 1993; dopo questo picco, pur persistendo la mancanza di neve, la popolazione di stambecchi ha continuato a diminuire fino agli attuali 2600 capi: questo minimo storico potrebbe essere proprio legato all’assenza di una selezione naturale operata dagli inverni che porta alla persistenza nella popolazione di un elevato numero di femmine vecchie e di bassa qualità che danno alla luce capretti deboli con ridotte probabilità di sopravvivenza (la sopravvivenza dei capretti infatti si è ridotta della metà negli ultimi 15 anni).
Per tornare all'articolo: Gabriele Salari, scrittore ambientalista, è perplesso: «Nella mia esperienza, osservando i forestali, posso dire che la cerva Jona, il cerbiatto Fiore e tanti altri ungulati sono stati salvati da morte certa dai forestali nei nostri parchi...».
Due approcci molto diversi quindi (o meglio tre; lo scrittore non distingue l'approccio popolazionale da quello volto alla salvezza del singolo animale, che non cambia niente nelle dinamiche della specie nel parco). Chi conosce gli animali, e li vede tutte le mattine, sa che alcune popolazioni sono adattate alla presenza di neve e che la mancanza di questo selettore naturale (in assenza di predazione rilevante) porta al peggioramento della "qualità" della popolazione; femmine più vecchie e quindi nuovi nati meno in salute. Dall'altra parte ci sono gli animalisti, che vedono in ogni individuo un vivente degno di essere protetto, e fanno di tutto per non farlo morire. Rispettabile ma, sempre nell'ottica del portaombrelli, questo sentimento è pieno di conseguenze inattese. Tipo il fatto che questa politica avrebbe come risultato che a lungo andare gli stambecchi potrebbero addirittura scomparire dal parco.
C'è da dire che la percentuale di "freddi tecnici" è molto superiore a quello che pensavo, e che pensavano anche gli esperti di fauna, che sono rimasti piacevolmente sorpresi dal risultato. Come dice Bogliani, uno dei migliori zoologi italiani: E' interessante che, nonostante lo spazio lasciato ai commenti di persone con atteggiamento che definiremmo in modo schematico "animalista" [...] al momento dell'invio di questo mio messaggio, su 862 risposte, il 57% indichi la propensione a lasciar fare alla natura.
Fra l'altro, se lo confrontiamo con la levata di scudi contro la caccia al capriolo di un paio d'anni fa, questa notizia non ha avuto praticamente rilevanza. Eppure la specie più importante, lo stambecco, è infinitamente più in pericolo del capriolo. Perché?











