7/18/2009

Matrix su Windows

Ne ho capitola metà, ma mi è bastata:

7/17/2009

Petizione per il Museo

Per far vivere il Museo di Storia Naturale di Milano






Sign for Aiutaci a salvare il Museo di Storia Naturale di Milano


Un po' di scienza

Su Science c'è il solito blocco di notiziole interessanti, che però non vedo (colpa mia, lo so, non leggo tutto) su altri organi di stampa a parte questo blog - che ricordiamo NON è un organo di stampa. Allora, la prima dice che calcolando la variabilità dell'mtDna di alcuni neanderthaliani si è scoperto che la popolazione era molto piccola; forse c'erano solo circa 3500 femmine - che sono le uniche che contano, dicono i genetisti.
Poi altri hanno scoperto che quando sentono il sonar di un pipistrello (Eptesicus fuscus) alcune farfalle (Bertholdia trigona - è quella sopra col pipistrello) urlano a loro volta con i loro ultrasuoni e incasinano (jam) il sistema sonar dei pipistrelli. Io sapevo che alcune si lasciano cadere, non che ribattessero con le stesse armi.
C'è infine un articolo di "politica" per così dire, in cui David Tilman dell'università del Minnesota afferma che è possibile raggiungere una buona efficienza nella produzione di biofuel senza emettere troppa CO2, ma che questo deve essere per forza unita a una diminuzione dell'uso dei combustibili e un aumento dell'efficienza della produzione agricola. Ce la faranno i nostri eroi?

P. S. Volevo anche commentare la notizia della diminuzione delle dimensioni del cromosoma Y, ma non riesco a ritrovare il riferimento in cui questa notizia era riportata - non adesso su Plos, ma qualche anno fa. Forse era addirittura il libro Y di Steven Jones, ma non lo ritrovo. Insomma, è tutto per dire che è una NON notizia. Ed è l'unica che ritrovo sui quotidiani...


P. S. La foto sopra è di Science, di Nikolai Hristov

7/15/2009

E questi?


Grazie a Google alert sono venuto a conoscenza dell'esistenza di un curioso convengo, dal titolo Religious Responses to Darwinism 1859-2009. Curioso perché ci sono eccellenze scientifiche (tra gli speaker ufficiali c'è Pietro Corsi, che non è l'ultimo dei pirla, e Ronald Numbers) e persone abbastanza sconosciute. Ora, io non sono certo uno studioso raffinato di rapporti tra scienza e religione, specie nel campo storico, ma mi piacerebbe conoscere alcuni di questi, per chiedere loro chiarimenti su posizioni storiche della religione nei confronti del darwinismo. Molti speech sembrano piuttosto innocui, ma un paio mi hanno incuriosito trattandosi di italiani. Sono Gennaro Auletta, che parlerà di The Darwinian Theory of Evolution from the Perspective of a Catholic-Oriented Theology (ecco l'abstract) e Cesare Catà, con una conferenza sul tema The Truth of the Mystery. The Fatal Absence of Medieval Culture in Darwin's Scientifc Perspective (abstract). Auletta è coordinatore scientifico del progetto Stoq, e Direttore Scientifico della Specializzazione in Scienze della Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Gregoriana. In questo link ragiona a lungo su una nuova definizione di specie che avrebbe pensato insieme a Padre Rafael Pascual durante una scuola che non ho ben capito cosa fosse (nell'intervista non c'è data). Dopo aver introdotto il problema della specie con questa frase: Tenga presente che è relativamente semplice distinguere tra clades e clades (tra generi diversi - sic) nella scala discendente, cioè quando si parte dai concetti più generali, tipo animale per esempio, e via via si scende, con livelli decrescenti di generalità, fino ad arrivare alla distinzione in mammiferi, etc.; anche se, va detto, non esistono criteri uniformi generali in base ai quali viene fatta questa classificazione. Sono soprattutto criteri ad hoc, e possono essere quindi criteri genetici, morfologici, etc.. In ogni caso, fin qui si può procedere con una relativa facilità. Ma quando si arriva al concetto di specie, che sarebbe per così dire il genere più piccolo che raccoglie direttamente gli individui, e non c'è niente sotto di esso, si hanno difficoltà enormi. Perché non è più sufficiente vedere la differenza, ma sarebbe necessario avere delle specificazioni positive che individuino quella determinata specie particolare. E questa è una cosa enormemente difficile. Ed è questo il punto che ci ha spinto a fare la scuola,
si arriva a una nuova definizione. Che, secondo i due studiosi, è...
un insieme di popolazioni con derivazione comune; qualitativamente discreto, perché secondo noi è molto importante che la specie sia individuata con una differenza qualitativa ben precisa (quindi con caratteri ereditari, che a loro volta sono soggetti a mutabilità): sia genetica, sia dovuta a condizionamento ambientale; fin qui la parte generale. Questo concetto poi viene a coincidere con quello tradizionale, biologico, di specie, laddove vi sia un sistema riproduttivo basato sulla sessualità biparentale.
Se devo dire che ho capito, mentirei.
Tornando al convegno, Auletta affronta, almeno nell'abstract gli elementi disturbanti dell'evoluzionismo darwiniano, che sono
• The absence of any “direction” in evolution.
• The role played by random mutation and environmental accidents
Che sono anche le cose che secondo me distruggono la coerenza della religione e la possibilità della coesistenza tra religione ed evoluzionismo. Come li risolve Auletta? Il primo ricorre come spesso accade in questi ultimi anni alla Conwaymorrizazione della storia della biologia:
Recent results especially about convergence phenomena in evolution, show that a process that has no finality in itself could be canalized along certain directions.
Un processo non finalistico ma che può essere canalizzato? Ho capito bene? Inoltre l'intelligenza è adattativa, e un organismo intelligente controlla l'ambiente meglio di uno non intelligente (andateglielo a dire ai batteri). La seconda obiezione è superata dicendo che la convergenza diminuisce il ruolo del caso (ancora) e l'indipendenza tra ambiente e e organismo fa respingere l'istruttivismo (che io non so cos'è. ndb.). Insomma, fin qui un tentativo di non farsi respingere dall'evoluzionismo. Curioso, forse poco interessante, ma non invadente.
Molto più peculiare l'intervento dell'altro italiano, tale Cesare Catà, dell'università di Macerata e assessore alla cultura e istruzione del comune di Porto San Giorgio (giunta Pdl-Lega). Il tipo, che dev'essere una specie di genio perché fa parte della Rena (Rete per l'eccellenza nazionale) in cui sono raccolti giovani che una volta sarebbero stati definiti rampanti, ha un intervento su The Truth of the Mystery: the fatal absence of medieval culture in Darwin's scientifc cerspective. Accusa Darwin di aver assunto come sua filosofia il positivismo, e aver respinto il mistero come parte della realtà.
Questo perché:
As many scientist with an initial Darwinian setting acknowledge today, a Positivistic pattern is not applicable for a scientific life-evolution theory. Perché? Mah.
E concude dicendo che:
Specifically, I intend to take in exam the concept of “life-evolution” in Christian Neo-Platonism of Middle Age, as a philosophical response to Darwinism. So far so good, direbbero gli inglesi. Sembra un po' di philosophical mumbo jumbo, ma innocuo. Più interessante vedere com'è riportata la presentazione su un sito italiano (eccolo) che dice palese palese:
La tesi argomentata da Catà consiste nel mostrare come la tesi evoluzionistica darwiniana non sia una tesi propriamente scientifica, in quanto non risponde ai caratteri del metodo galileiano: non nè verificabile per esperimenti, nè dimostrabile per descrizione matematica. Inoltre, i ritrovamenti di fossili, le ricerche statigrafiche, la datazione di collagene delle ossa dei dinosauri, le più recenti ricerche dei genetisti mondiali, sembrano confutare da ogni
lato l'ipotesi di Darwin.

Ah, ecco. Ora si capisce tutto. Il fantasma di Zichichi e dei creazionisti italiani un po' d'accatto torna a sollevare la sua brutta testa. E questi sono assessori alla cultura e vanno ad Oxford...


P. S. Sempre nel solco della letteratura-scienza che non si parlano, questo tipo dice che le teorie di Darwin rimangono controverse. Ma in fondo è un cinematografaro...

Letteratura

Sul Corriere della sera del 14 luglio un pezzo di tale La Capria mi ha incuriosito, perché il suo titolo era Si stava meglio quando l'aria condizionata non c'era. Dopo breve ricerca ho scoperto che questo La Capria è uno scrittore che ha pubblicato oltre venti libri di narrativa. Il pezzo non mi pare un capolavoro della saggistica (ma io non ci capisco niente) ma vorrei esaminarne il contenuto. Dopo aver raccontato la sua gioventù, nella quale non esistevano caldo o freddo (per ragioni psicologiche e di tradizione) La Capria dice più volte che, se capisco il messaggio, si stava meglio non tanto quando si era più giovani, quanto quando quella che regnava sovrana era l'ignoranza sul futuro. In particolare sulle condizioni meteorologiche e lo stato della Terra. Ecco un frammento significativo:

Non arrivavano continuamente notizie della fine del mondo o giù di lì!
S’ignorava l’effetto serra, lo scioglimento dei ghiacci, la sparizione
sotto il mare d’interi arcipelaghi, la triste fine riservata alle foche
e agli orsi polari, e così via


Non capisco bene se in questo pezzo ci sia anche un giudizio di valore, anche se quanto segue farebbe intuire che certe cose è meglio non saperle - effetto serra compreso - perché tanto prima o poi da qualche parte qualcosa di brutto accade. Il pezzo finisce con un'ode all'imprevedibilità, ai temporali e una deprecazione sulle previsioni del tempo, che tolgono alle vacanze il loro bello, con una chiusa su: è meglio lasciare andare le cose come vanno perché solo così è possibile qualche sorpresa come quella che ho ricordato.

Ora, è difficile strappare da un articoletto di poche battute un significato profondo; poiché però l'ho sentito dire da moltissima gente, e questo La Capria sembra sia una specie di maître à penser, non mi pare sbagliato dire cosa ne penso. Cioè che il pensiero comune, in Italia rappresentato dai letterati - che stanno per persone colte - sta cominciando a vedere con fastidio questo strapotere della cultura scientifica, con la sua voglia di spiegare e prevedere tutto, con la smania di capire cosa accade e soprattutto cosa accadrà. La curiosità di scoprire come va il mondo, e come andrà specie nei momenti più brutti (Toglile l’imprevedibilità con la previsione e tutto il più bello scompare, perché le hai tolto (alla vita) la sua vera sostanza), è un atteggiamento scomodo e spiazzante. Perché non continuare a vivere nel presente, senza preoccuparsi del futuro e soprattutto senza pensare che sia meglio cercare di governare il cambiamento (se mai cambiamento c'è)? È, anche questo, uno degli oggetti del contendere tra le due culture, di cui parlo ogni tanto anche in vista dell'incontro cui sto lavorando. E, visto che faccio parte di una delle due e capisco poco l'altra, mi sembra che la cultura letteraria, anche adesso, anche in Italia, rimproveri a quella scientifica la voglia di sapere e la curiosità sul futuro (una specie di sindrome di controllo alla rovescia). Perché cullandosi nel passato non si dissacra il mondo. Come diceva Keats di Newton, il compito della scienza è un orrido unweaving the rainbow by reducing it to a prism; e lo affermava alzando un calice e maledicendo lo sgradevole matematico. Fatte le debite proporzioni, questo La Capria mi sembra un suo epigono.

7/14/2009

Sciopero



Pensare di equiparare un blog alla stampa professionale vuol dire non conoscere la realtà dei blog, della stampa e della professione giornalistica. Oppure significa cercare di zittire l'unica voce lontana dalle logiche di Minzolini e Fede. Per questo oggi scioperiamo.

7/12/2009

Economia

Non sono mai stato particolarmente appassionato di economia, sia quella spicciola di casa (basta vedere i miei conti) sia quella teorica. C'è troppa matematica fondata sul nulla, su comportamenti umani assolutamente ideali (la mano invisibile dovrebbe mettere a posto le cose per i consumatori?) e che sono facilmente smentiti dal senso comune. Già solo un articolo come The tragedy of the commons, che tutti trovano almeno ragionevole, distrugge molti dei presupposti alla base dell'economia moderna, dalla mano invisibile alla scelta razionale al mercato ideale. C'è poi la faccenda dei limiti del pianeta e della crescita infinita (cui si aggiungono i servizi degli ecosistemi, non conteggiati nei bilanci), per non parlare del Pil, che mi fanno pensare quanto poco sia il tempo per sprecarlo in letture di economia. Ma la crisi attuale mi ha fatto pensare che in fondo ci sia un legame tra la stessa e i miei soggetti preferiti, cioè l'evoluzione e l'ecologia. Prima di tutto il fatto che il comportamento degli operatori del mercato non tende a massimizzare il bene del mercato stesso, ma quello degli operatori. Insomma, sono operatori egoisti; e da lì al gene egoista il passo è breve. Uno dei presupposti della teoria dell'evoluzione infatti è che il tornaconto immediato, nel tempo e nello spazio, sia il metro di giudizio sul quale si scontrano le combinazioni di geni e fenotipo che noi chiamiamo individui. Poiché, in fondo in fondo, un commerciante o un imprenditore altro non è che una combinazione di geni e fenotipo che deve sopravvivere fino alla prossima generazione, perché non valutare il suo comportamento in base allo stesso principio? E questa è in fondo una limitatissima spiegazione della crisi attuale; Madoff e company si sono dati da fare per ottimizzare anzi aumentare la loro fitness. Madoff lo hanno beccato (ma intanto si è riprodotto) altri no (specie in Italia, adesso che la class action taglia fuori Cirio, Parmalat e compagnia rubante). A confortarmi in questo pensiero c'è adesso un bell'articolo sul New York Times che parla esattamente di questo. Di come cioè l'egoismo personale e il tornaconto immediato facciano premio sul bene comune. E che, mano invisibile o meno, senza un controllo dall'alto (che in natura non si ha, ma che lì non serve) le crisi si ripeteranno a distanza sempre più ravvicinata.
Un'altra ragione la trovo in questo intervento di Al Gore al Smith School World Forum on Enterprise and the Environment. Riprendendo una vecchia idea (ancora) dei Limiti dello sviluppo, Al Gore dice che il cervello umano non è adatto a rispondere a minacce lente e astratte, non c'è niente da fare, non le vediamo come minacce. Anche perché le vie che vanno dall'amigdala (il centro delle emozioni) alla neocorteccia sono a senso unico: emotional emergencies can spark reasoning, but not the other way around. Il tutto mi sembra un po' troppo tirato via (e devo controllare un paio di libri di anatomia) ma a prima vista l'idea funziona.
Per finire, solo il controllo razionale può superare i problemi dell'egoismo miope, tipico di ogni specie.

7/10/2009

Quiz di scienza

In occasione di un sondaggio sull'attitudine degli americani (statunitensi) verso la scienza, il Pew Research Center Initiative ha pubblicato un piccolo quiz sulle conoscenze scientifiche, dando un risultato che compara poi con quello degli americani. Ecco il mio qua sopra (non c'è troppo da vantarsi, però).
Sono molto interessanti anche i risultati del sondaggio, che si possono trovare qui, commentati da Larry Moran di Sandwalk. Alcuni dati sono sconcertanti, e secondo me mostrano come agli americani importa la scienza quando li fa vivere più o meglio (medicina, ingegneria), non quando spiega loro il senso della vita (biologia, fisica).

7/09/2009

Eccesso di velocità

Spiegatemi (da Repubblica):

Sì alla soglia dei due gradi, ma no a taglio emissioni del 50%

Sarebbe a dire: Sì al limite di velocità per le automobili, ma nessuna multa per chi lo supera?

Chi c'è qua?