Infuria in rete ormai da lungo tempo (saranno due-tre mesi, che per la rete è tanto) il dibattito che riguarda chi deve comunicare la scienza, se i giornalisti o gli scienziati – qui un punto interessante da cui partire, ma ce ne sono molti altri, come questo. E io, che sono giornalista ma anche un po’ evoluzionista ed ecologo, guardo la cosa dal mio punto di vista, viziato. E, com’è accaduto per l’ecosistema blog, mi piace leggere la situazione comparandola al mondo naturale. Il dibattito mi ha così ispirato un paio di considerazioni che vorrei condividere.
La prima è che il dibattito è mal posto; non è tanto una questione di prodotti di qualità, di chi debba scrivere su quali mezzi e di chi abbia il compito di diffondere la conoscenza scientifica. Questo perché nel caso della comunicazione le cose dovrebbero essere giudicate dai lettori o, come dico io, dai direttori, a posteriori; dopo la scrittura, non prima. E’ inutile e persino dannoso stabilire a priori che una categoria – una specie, diciamo – è vincente nella lotta per la sopravvivenza; sarebbe stato come stabilire qualche milione di anni fa che la specie migliore sarebbe dovuta essere, chessò, Australopitechus sediba, invece che un’altra dello stesso genere: al tempo conoscevamo male le condizioni ambientali al tempo, e per niente quelle future, quindi non avremmo potuto dare un giudizio obiettivo. La lotta per la sopravvivenza deve avvenire in corpore vili, non su un trattato di giornalismo né su un blog o una rivista. Lasciando ai lettori il giudizio, si permette anche un’evoluzione (una discendenza con modificazioni) che non può che far bene, sia ai lettori sia agli scriventi. Un giornalista insiste a scrivere (magari in buon italiano) cose scorrette o scientificamente risibili – vedi qua? Prima o poi qualcuno se ne lamenterà col direttore, spero: ma non si può impedire fisicamente a un professionista di fare il suo lavoro, se è arrivato a quel punto. Se un idraulico è nell’albo degli idraulici (se esiste, non lo so) sarà chiamato da chi ha un rubinetto che perde; se non è capace di fare il suo lavoro la voce si spargerà e alla fine il professionista si adatterà, migliorando il suo “prodotto”, o chiuderà la baracca. Un professorone pretende di comunicare quel che vuole, ma con il suo linguaggio? Arriveranno lettere o mail di protesta, il giornale venderà meno (non solo, ma anche, per quell’articolo) e il professorone si ritroverà a contare i soldi che ha portato in Svizzera.
No, dicevo, non è una questione di litigare su chi è migliore e ha il diritto di comunicare, ma di chiedersi perché il dibattito si è scatenato solo adesso con questa veemenza. Anche anni fa, ricordo, i giornalisti si lamentavano che gli articoli scritti dai ricercatori fossero illeggibili, e che le loro proteste contro le modifiche fossero assolutamente ingiustificate; allo stesso modo gli scienziati lanciavano alti lai sulla ricerca tradita dai giornali, sui giornalisti che non capivano e gli articoli che insistevano su particolari marginali o che volevano a tutti i costi fare connessioni che non esistevano tra (per esempio) gli asparagi e l’immortalità dell’anima. Ma il tutto rimaneva all’interno delle redazioni, e non si scatenava su ogni mezzo possibile e immaginabile, anche se allora ce n’erano meno di ora. Ed ecco il mio parere; se c’è un dibattito, una disputa, una lotta, una discussione, come in ecologia questo è intorno a una risorsa finita o scarsa. In natura può essere lo spazio, l’altro sesso, il cibo, una tana; ma qual è la risorsa nel nostro caso? Non è lo spazio; mai come ora ci sono mezzi su cui scrivere (è inutile l’elenco). Anzi, i mezzi di comunicazione aumentano di giorno in giorno e lo spazio è, teoricamente, infinito. Anche se nei giornali veri e propri, quelli cartacei, lo spazio per la scienza diminuisce sempre più, se uno vuole esprimersi lo fa tranquillamente. No, non è lo spazio che manca, ma la rilevanza, l’importanza per la società della scienza stessa. Idea balzana anzichenò, direbbe qualcuno; e avrebbe ragione. Perché mai come ora siamo circondati dai prodotti della scienza, dai computer ai cellulari alla medicina ad automobili, treni, capsule spaziali, Ogm eccetera. Solo che non sono prodotti della scienza, ma della tecnologia; sono i risultati di applicazioni delle scoperte scientifiche a pezzi di metallo o plastica che ci sono utili. Il fatto è che i principi di base che sottendono questi aggeggi sono bell’e che dimenticati: provate a chiedere a un manager che vi sta investendo col Suv mentre telefona se sa chi è Joseph Fourier: a meno che non abbia un amico broker con quel nome o non sia un matematico prestato all’economia, vi guarderà male e procederà ad investirvi. Eppure senza il simpatico francesino non esisterebbero i cellulari che fanno le foto e neppure l’analisi dell’immagine di risonanza magnetica del cafone (stava andando in ospedale). Figuriamoci poi se gli amici (e i nemici) degli Ogm sanno che tutto è cominciato in un convento boemo circa 150 anni fa. Insomma, usiamo i prodotti della scienza ma non ne conosciamo le basi. Per questo i direttori di giornali e i responsabili di programmi televisivi non si spingono troppo nella divulgazione: a parte che sono per la maggior parte laureati in economia o filosofia (o peggio), ma ritengono il tutto brillante e interessante (se è tecnologia) ma noioso e impresentabile (se è scienza). Oltre alla dicotomia scienza-umanesimo, non mi dispiacerebbe anche affrontare quella scienza-tecnologia – ma questa è una parentesi.
Per tornare a noi, quello che manca è allora lo spazio rilevante. E per tornare a una metafora ecologica-evoluzionistica, perché non pensare che ultimamente i lek siano diminuiti? Il lek di cui parlo non è però la moneta albanese, e neppure il soprannome di re Bhumibol Adulyadej della Thailandia. E’ una struttura usata di solito dai maschi (e in qualche caso dalle femmine) per “mostrare” all’altro sesso quando sono fighi, in modo che le stesse scelgano il migliore: c’è in molti uccelli, specie tetraonidi, c’è in pesci e anche in antilopi (i topi, credo). I maschi si riuniscono tutti insieme in un luogo limitato, e difendono territori minuscoli, che non hanno niente a che fare con il territorio vero e proprio, che di solito ha scopi alimentari o di protezione. Quindi, mi pare di capire che i luoghi dove scienziati o giornalisti possono mostrare all’altro sesso (i lettori o gli ascoltatori) quando sono bravi si siano moltiplicati, ma i VERI lek, i siti più pregiati e prestigiosi, siano potentemente diminuiti. Uno può scrivere su un blog, sul sito dell’università, su un giornale on line. Ma sul sito del New York Times, o in Italia Repubblica e Corriere, c’è sempre meno spazio per far vedere quanto si sa di scienza e quanto bene si scrive. Per questo ci si riunisce tutti attorno a territori sempre più piccoli e, per farsi sentire, si urla più forte. Nel lek ci sono i giornalisti (noti per la loro conoscenza ampia ma superficiale) e gli scienziati (famosi per la loro sapienza approfondita e limitata); ci sono i giovani (brillanti e a volte smargiassi) e i vecchi (posati e saggi). Tutti per una platea di lettori che diminuisce sempre di più.
Come si risolve il problema? Dall’interno, dico, senza analizzarne le cause e a un primo impulso. Si urla sempre più forte, o si cerca di essere più appariscenti possibile. Come fanno questi manachini (Pipra mentalis), che ballano come il compianto M. Jackson.
Purtroppo non è il modo migliore per affrontare la mancanza di spazio vitale; perché il messaggio urlato non è, né può essere, migliore di quello sussurrato, nel caso della scienza. Che è spesso complessa: la fisica moderna lo è quasi sempre, la biologia evolutiva è solo apparentemente facile, l’ecologia non parliamone. E ridurre il tutto a un messaggio di poche parole (l’attenzione dell’altro sesso-lettori è molto breve) non può essere il metodo migliore per comunicare. Il problema è che se nei lek ti metti a urlare che sei il più forte, gli altri ti sfidano e la tua arma (ballo, palchi, corna, castelli di sabbia o colori, o articolo) deve essere un segnale onesto; se fingi, tutti chiamano il tuo bluff, e sei fregato. Torniamo allora a quello che si diceva prima: se scrivi male o scrivi stupidaggini, il lettore (o il direttore) se ne accorge – o dovrebbe accorgersene. Un altro sintomo che questo comportamento di lek si sta diffondendo non solo tra i comunicatori di professione ma anche tra i ricercatori (che una vota avevano addirittura un territorio completamente diverso), sono le varie conferenze stampa per proclamare scoperte epocali (l’elenco è lunghissimo, da Ida ai batteri all’arsenico ai neutrini al bosone di Higgs).
Conclusione? Non lo so, magari ci posso pensare ma non è compito mio: non sono in grado e altri più bravi di me sono ancora in un campo di cento pertiche (è un modo di dire del lodigiano, non preoccupatevi). Ho solo fatto un’analisi etologica, per la quale mi sono divertito, che cerca di spiegare con analogie e metafore (non certo con omologie di comportamento) come un sistema – la comunicazione della scienza – possa essere capito anche guardando a meccanismi e sistemi che hanno centinaia di milioni di anni. Ripeto, non so come risolverlo, anche perché la metafora evoluzione-comunicazione non è certo assoluta. So solo che farsi vedere, urlare per conquistare attenzione e iniziare una corsa agli armamenti a chi si fa crescere penne più lunghe o corna più grosse non può essere il migliore per comunicare una materia difficile. Che può essere resa semplice, ma non elementare.





