15 aprile 2013

Del perché l'Italia va come va

Qui è solo uno dei blog che rimandano a un appello alla razionalità. Ho scelto lui perché è il primo che mi è capitato, ma gli iniziatori dell'iniziativa sono altri tre amici. Sempre all'interno del gruppo Dibattito scienza, ovviamente. 
Non voglio riempire la rete di bit inutili; se volete leggerlo tutto (è bello complesso...) andate lì. O sul sito di Kees Popinga, uno dei guru dell'iniziativa. Il tutto è stato in brevissimo tempo letto, rivisto, corretto, arricchito e tagliato dal gruppo (non da me, non sono all'altezza). Tanto per dire che si possono fare le cose in fretta anche nella rete.

11 aprile 2013

Del perché non ci si ascolta

Ho un paio di amiche, molto brave a fare il loro lavoro (spero si considerino mie amiche...). Che come tanti altri giornalisti scientifici in questi giorni si stanno dedicando al perché e percome le cellule staminali siano sulle prime pagine dei giornali solo da quando la "piccola Sofia" è sottoposta alle cure dell'azienda (?) Stamina. È inutile che metta link a siti che raccontano la storia, basta cercare le parole e vi salta fuori la qualunque. Ci si chiede, tutti si chiedono, perché un messaggio palesemente sbagliato come quello di Stamina sia ricevuto e rimandato e rimbalzato e amplificato da chiunque (in primis da quei minus habentes delle iene) mentre se qualcuno dice che cellule sporche e impure, dannose e raccogliticce faranno senz'altro male nessuno lo caga. Le spiegazioni di ognuno di noi (se posso mettermi in un questo augusto consesso) sono le più varie, dal complotto alla difficoltà dell'argomento, dall'appello ai sentimenti alla freddezza scettica e superciliosa degli scienziati. Il mio parere è che parte delle "colpe" sia dei giornalisti che hanno in mano la diffusione delle notizie; che non sono mai giornalisti scientifici, ma generalisti o giornalisti di cronaca che, fieri della loro preparazione umanistica, non si sognano neanche lontanamente di prepararsi veramente, e infarciscono i loro reportage di sentimenti ed aggettivi. Spesso in questo spinti dai direttori o dai capiredattori che non vogliono i dubbi o le contorsioni mentali dei giornalisti in the known. Una spiegazione dall'interno che vale per quel che vale (cioè per Fb). E che contiene però una parte di verità; ma che, se conoscessi la teoria dell'evoluzione come vorrei, definirei più prossima che ultima (secondo Tinbergen). La causa ultima è troppo complicata per essere messa sul margine del fo... no, su Facebook. E cerco di metterla qua. 

Secondo me il tutto deriva dal fatto che la ricerca scientifica, il processo di conoscenza e di scoperta, la scienza in sé, è troppo complicata perché il distratto lettore di Oggi o di Rete4 ne possa seguire i passi fino in fondo. Più che complicata, secondo Lewis Wolpert è innaturale. Segue processi mentali che il cervello fa fatica a introiettare, a utilizzare; la creazione di ipotesi, la raccolta di dati, il rifiuto di alcuni di essi e l'interpolazione con altri ambiti di ricerca. La costruzione delle teorie sempre più universali, il tentativo di falsificazione e di introduzione di ogni teoria in un programma di ricerca sono passi troppo complicati perché il nostro cervello (quello della maggior parte della popolazione almeno) possa seguirli fino in fondo. Molto meglio affidarsi alla reazione immediata, quella per cui il nostro cervello si è evoluto (vedi Nati per credere); che ci dice molte cose, in compenso tutte sbagliate. Per esempio che se mio figlio è stato bene dopo aver bevuto un po' di candeggina significa che la candeggina fa bene; o che se il mio bimbo è stato male dopo il vaccino, il vaccino fa male (fa diventare gay o autistici, o tutte due le cose). È la sindrome del nonno (ha fumato fino a novant'anni, quindi il fumo non fa venire il cancro). Un atteggiamento che Ernst Mayr definirebbe popolazionale è invece difficilissimo da assumere; c'è bisogno di far funzionare la parte razionalissima del cervello - quella che dicono stia a sinistra, ci sarà una ragione... Significa aspettare, fare dei conti, conoscere la statistica, la media e la deviazione. E trarre conclusioni che spesso vanno contro il senso comune; cioè per esempio che gli altri contano eccome, e che una medicina o una cura o una causa deve essere vista contro altre cure  medicine o cause. Basta vedere quello che i lettori di Pepe, di Repubblica, gli dicono a proposito della medicina omeopatica. Alcuni pretendono protocolli sperimentali, doppio cieco e fasi precliniche e cliniche. Altri, e il titolare della rubrica, si accontentano di dire che "mio figlio sta bene da quando ha preso le goccine miracolose", o che l'omeopatia non si può misurare. Sono reazioni di senso comune; che sono anche sbagliate - e io presumo che Pepe si sia anche arrampicato sugli specchi (ma sono digressioni).  
Di fronte ai pericoli della vita, malattie e minacce, molto meglio reagire immediatamente senza pensare troppo; in fondo dietro quel cespuglio potrebbe esserci un leone, e le foglie che si agitano potrebbero non essere semplicemente il vento. Gli inglesi la chiamano gut reaction (credo). Rifiutarla significa mettere da parte milioni di anni di evoluzione come specie oggetto di caccia da parte di leopardi, aquile e leoni; chiudere quella parte del cervello che, avvolta da una nuvola di neurotrasmettitori e ormoni, ci dice che le cose semplici e immediate sono le migliori. C'è la piccola Sofia che soffre, non possiamo stare ad ascoltare i sofistici che dicono quanto siano inutili le cure, perché non abbiamo fatto il doppio cieco. L'impulso all'aiuto immediato (la sindrome del Buon Samaritano) ci afferra alla gola e ci fa respingere tutte le obiezioni: anch'essa deriva da una vecchia struttura; che noi uomini abbiamo forse allargato fino a farla diventare quasi generale (vedi anche La conquista sociale della Terra, per una discussione dell'argomento). 
C'è altro? Forse sì, ma credo di poter contribuire al dibattito solo andando a ripescare vecchie strutture mentali, abitudini stratificate, antiche reazioni ancestrali che pensavamo di aver superato da quando ci siamo chiamati sapiens. Non è così, credo. Ma stare ad ascoltare questa spiegazione (ammesso che sia vera) e iniziare a ragionare sulla statistica significherebbe smentire la parte più antica e potente del nostro cervello - quello che una volta sarebbe stato definito mammaliano (lo so che adesso è una stupidaggine, ma ho ancora da qualche parte un libro che parla di queste cose). 

08 marzo 2013

Copiamo da chi sa fare meglio

lcvNel gruppo di Facebook Dibattito scienza e sul sito dallo stesso nome, e poi su tanti e tanti altri singoli account Fb e post e blog e tutte le parole inglesi possibili e immaginabili, l’orrore per l’incendio della Città della Scienza ha lasciato per poco tempo (spero) spazio a quello per un articolo scritto da un talebano che invoca ed evoca l’incendio alla stessa come catarsi contro l’evoluzionismo. Oppure come necessità di spazzare via dal Bel Paese di letterati, poeti e primati ogni e qualsiasi barlume di divulgazione scientifica; inutile e anche dannosa, perché insegnare la verità (siamo primati come altri, e deriviamo da altri primati che vissero tempo fa) potrebbe spingere i giovinetti alla disperazione. O almeno, io l’ho letto così, ma, come si sa, se sei un martello attorno a te vedi solo chiodi. Altri hanno letto l’articolo dell’innominabile (tutti sanno chi è, non c’è bisogno di linkarlo) come una specie di trionfo dell’irrazionale, oppure una provocazione per avere più link sul sito del giornale (che vale meno della carta su cui è stampato, mi si dice, e che riceve milioni di euro come contributo – che dice Grillo su questo?). Insomma, si invoca e si chiede una forte azione contro il cattolicissimo pennivendolo devoto al concilio di Nicea. Da altre parti si alzano altre voci, che pretendono (lo dico approvando, a scanso di equivoci) che chi si occupa di scienza, di divulgazione della stessa e di giornalismo scientifico faccia lobby. Si unisca cioè in un gruppo (per ora, non meglio identificato) che possa fare pressione perché il prossimo parlamento (??) tenga in maggiore considerazione le istanze del mondo della ricerca scientifica, affronti la politica con un piglio un po’ più ricco di materiale neuronale e gliale e respinga le analisi irrazionali che salgono dai nuovi eletti. E anche dai vecchi, a dire la verità, perché vatinno crede agli ufi e scilipoti è un omeopata; per non parlare della brambilla. Come è accaduto per il gruppo dibattitoscienza, credo sia il caso di fare come dice il titolo del post; chiediamo a chi di democrazia e pressione (lobbying) sa e fa meglio di noi. Ebbene sì, gli ammerigani.

Poiché non mi occupo nel mio lavoro d’altro che di natura, la prima cosa che mi è venuta in mente è la League of conservation voters. Qui conservazione non vuol dire “mussolini faceva arrivare i treni in orario”, ma conservazione della natura. Sono un gruppo di pressione fatto di organizzazioni che si occupano di protezione della natura, da tutti i punti di vista. Spingono perché alcuni parlamentari possano venire eletti (e questo non possiamo farlo) e perché i nemici della natura siano esclusi dalle elezioni (parimenti). lcv2Ma danno anche i voti ai parlamentari, alle leggi, agli atti che escono da Capitol Hill Qui accanto la copertina della pagella 2012. Ecco, un modello come questo è proprio irrealizzabile? C’è da coinvolgere altre persone, indubbiamente, perché se mi date da leggere una legge preferiscono avvoltolarmi nel fango con i coccodrilli (per citare un amico). C’è bisogno forse di avvocati, di esperti di diritto pubblico, di università e di ricerca, ma anche di persone con gli occhi aperti che segnalino al sito se scilipoti o puppato stanno proponendo una legge che rende obbligatoria l’omeopatia o la ricerca dell’acqua con i bastoncini da rabdomanti. Dopo l’analisi si mandano brevi e ficcanti comunicati stampa ai colleghi giornalisti di tutte le risme, che se li vedono brevi e ficcanti magari li capiscono anche e li pubblicano (basta che citino poi il sito dibattitoscienza).

È una proposta, modesta fin che si vuole (bambini non scappate!), che come quella per l’iniziativa dibattito scienza dev’essere articolata e organizzata. Ma magari potrebbe essere il primo passo per un’azione di lobby seria.

12 febbraio 2013

VIII Carnevale della biodiversità

headerChi ha seguito negli anni il Carnevale della biodiversità sa che è un evento un po’ speciale, Chiediamo infatti ai partecipanti di attenersi nella maniera più stretta possibile al tema proposto (questa volta era quello delle Isole) e di pubblicare tutti insieme attorno alla data concordata, non troppo prima. Per questo il nostro Carnevale non è mai stato un appuntamento con moltissimi post. Diciamo intorno a una decina, forse a volte un po’ di più. Per svariate ragioni, non ultima un’epidemia di influenza, questa edizione è forse un po’ più ristretta. Questo non significa però che dal punto di vista qualitativo ci siamo abbandonati all’andazzo dei tempi, con post raffazzonati e sciatti. Con un tema come quello delle isole, inoltre, il vero esperto di biodiversità dovrebbe andarci a nozze. Quasi contemporaneamente al Carnevale, inoltre, si è svolto in tutta Italia l’Evolution Day (a Milano si è chiamato così, nel resto d’Italia Darwin day), una serie di iniziative che vogliono “festeggiare”, in occasione del compleanno di Darwin (12 febbraio), l’importanza della teoria dell’evoluzione. Proprio a Milano il tema era Isole, laboratorio dell’evoluzione. Insomma, una consonanza di interessi. A cui contribuisce anche il nostro Carnevale.

Con questi post. Dò la precedenza a un paio di post già pubblicati, anche perché uno è di Lisa Signorile, titolare del carnevale assieme a me e Livio Leoni, l’altro è di un contributore storico del Carnevale, e anche di Oggiscienza, uno dei più noti siti web di divulgazione scientifica. Lisa riesce sempre a scovare bestie brutte, strane e interessanti anche nei luoghi più sperduti della Terra, in questo caso l’Isola di Lord Howe. Dove, come in tutte le isole oceaniche (sperdute cioè in mezzo alle distese d’acqua, senza nessun collegamento a terra) ci sono endemismi a bizzeffe. Che l’uomo, una volta arrivato, si incarica di estinguere. In questo caso la storia però è quasi a lieto fine, nel senso che il protagonista del post – un insetto stecco grosso come un topo ma molto più pacifico – si pensava estinto ma è stato ritrovato su un pezzo di roccia ancora più sperduto dell’isola originaria. La sua storia e la sua biologia sono, come tutte le cose che coglie Lisa, assolutamente affascinanti; anche se la bestia in sé non è proprio bellissima. Voglio far notare anche il titolo, Orribile insetto gigante risuscitato cerca casa accogliente (Dryococelus australis), che è Gouldiano quant’altri mai.

Stefano Dalla Casa su Oggiscienza (con un post dal titolo Nessun uomo è un’isola…oppure sì?)prende invece in esame un altro tipo di isola, quella costituita dal nostro corpo. Ogni piccolo angolo della pelle e delle interiora, infatti, è una specie di minuscolo ecosistema abitato da specie diversi di batteri, virus o archea. Che convivono, si combattono, evolvono e coevolvono con noi e tra di loro. Insomma, l’uomo e la donna come bioma; Stefano ne approfitta anche per fare un piccolo riassunto di genetica e di evoluzione.

Eccoci a un nuovo arrivato, Adriano Sofo. Nuovo nel senso che ha cambiato il nome del blog, ma lui ha partecipato ad altri Carnevali della biodiversità. Il nome del blog è La belle verte. Il suo post svela i segreti di una specie notissima, in particolare sulle spiagge estive e tropicali, di cui però sappiamo poco. È la noce di cocco, che deve affrontare il problema di uscire dall’ambito angusto della sue isoletta e disperdersi in tutto l’oceano. Nel post Coccoooo… cocco bello, cocco fresco, Adriano ci racconta tutti gli adattamenti che i frutti del cocco hanno per riuscire a sopravvivere mesi e mesi in mare. Fa anche un cenno a un cocco meno conosciuto, che in base alla sua struttura non dovrebbe riuscire a galleggiare per conquistare altre isole. E che abita solo alle Seychelles, infatti; e da lì non si muove. Adriano ne approfitta per farci anche una piccola lezione di anatomia vegetale. Che sembrerebbe più complicata di quella animale!!!

Un vecchio amico, invece, Danilo Avi, la prende alla lontana, e cerca di capire cosa sia un’isola, nel suo blog Fumoserie. E spiega che “C’è più di un modo per essere isola”. Non per un geografo, ma per un evoluzionista o un naturalista. Che si allontana dalle banalità dei libri scolastici, e riesce a scovare moltissimi esempi di isole diverse; isole per le specie, isole per le popolazioni, isole per i geni. Insomma, una vera pletora di isole diverse che si intersecano e si intrecciano; un esempio di scrittura leggera ma comprensibile, di divulgazione “critica” che fa sempre piacere leggere.

Un altro nuovo arrivato è Marco Faimali che, beato lui, lavora (anche) in Antartide. Ma non ci parla delle distese gelate, ma di un’isola a metà strada tra il vero e l’immaginario, quella costituita dai rifiuti che la nostra specie scarica nell’Oceano Pacifico; 'è “L’isola che non c'’è”, anche se credo che Peter Pan avrebbe grossi problemi ad abitarci. Molti si immaginano l’isola di spazzatura come una distesa di bottiglie di plastica su cui camminare. Ma non è così, come non è vero il fatto che l’isola sia per tutte le specie marine una totale iattura. Alcuni pesci e invertebrati riescono addirittura ad approfittarne per deporre le uova, nascondersi e disperdersi. Anche in questo caso l’isola che non c’è è un ecosistema nuovo e vergine, che modifica la vita degli animali e delle piante che ne approfittano.

ptg02313290L’ultimo post è di una vecchia conoscenza del carnevale, Renato Bruni, del blog Meristemi, che parla questa volta di un’interazione tra specie e territorio. Sono le “isole” create dalle termiti nella vasta savana africana. Su queste si stabiliscono comunità animali e vegetali del tutto diverse da quelle che si trovano nel resto della savana, con dinamiche ecologiche differenti e specie che non abitano che lì. Trovate il tutto su “Terra”.

L’ultimo contributo (che per qualche ragione nota solo a me ha rimbalzato qua e la per la blogosfera), è di Andrea Mangoni, e parla di due isole che esemplificano nelle loro storie tutta la complessità del discorso isole/uomo. C’è tutto, dall’invasione alle estinzioni ai tentativi di salvare le poche specie rimaste all’opposizione da parte degli animalisti all’eradicazione delle specie invasive agli studi sulla biodiversità ai meccanismi di speciazione. Le isole sono Round Island e Fernando Pò (Bioko), l’una nell’Oceano Indiano e l’altra nell’Atlantico. Si potrebbe intitolare “Il racconto delle due isole”, e lo trovate qua

 

Come vedete, per le più varie ragioni (impegni e malattie) il Carneval1e è questa volta meno ricco di post. Che però tutti noi riteniamo di alto livello. Mancano, soprattutto a causa di malattie, il post del sottoscritto e quello di Livio Leoni. Spero non ne sentiate la mancanza e che tornerete ancora la prossima volta.

13 gennaio 2013

Carnevale della biodiversità, ci siamo ancora

 

CDB-02---BigMod

Cari amici, lettori e colleghi,

manca circa un mese a Natale e anche quest'anno ci accingiamo a festeggiare la ricorrenza, e vogliamo farlo in grande stile insieme a voi. Il Natale in questione ovviamente non è quello di un uomo morto un paio di migliaia di anni fa, ma quello dell'uomo che ha cambiato per sempre l'approccio allo studio di ogni singolo aspetto delle scienze naturali, dalla zoologia alla genetica, dalla botanica alla biochimica, dall'ecologia alla microbiologia. Il Natale in questione è per la precisione il 204mo compleanno di Charles Darwin, l'uomo che, parallelamente ad Alfred Wallace, ha intuito e compreso come e perché le forme viventi cambiano nel tempo. Quattro giorni fa, otto gennaio, è stato il 190mo compleanno di Wallace (auguri, zio Alfred!). Tra un mese esatto sarà quello di zio Carlo.

Per celebrare entrambi congiuntamente vogliamo proporvi un'altra edizione del nostro carnevale della Biodiversità. L'argomento di questa specialissima e genetliaca edizione sarà:

L'isola che c'è.

Perché le isole? Perché è da posti isolati come le Galapagos per Darwin o l'Indonesia per Wallace che le prime intuizioni sull'evoluzione presero forma. E perché sono fabbriche di biodiversità proprio a causa dell'isolamento. E anche perché questi sono gli ecosistemi pù delicati e sensibili alla perdita di biodiversità oggigiorno. Ma anche perché vogliamo festeggiare congiuntamente col Museo di Storia Naturale di Milano che propone proprio le isole come tema di quest'anno. In altre parole, non avete scuse, non ci sono giustificazioni accettabili per non partecipare a questa edizione così importante. I post del Carnevale dovranno comparire sui rispettivi blog, ovviamente, il 12 febbraio, con un link al blog ospite che scriverà la rassegna. Questa volta sarà Leucophaea di Marco Ferrari.

Per permettere a Marco di includere il vostro post nella rassegna generale dovrete inviargli il testo entro e non oltre il 10 febbraio a questo indirizzo:

Marco Ferrari

Sfortunatamente nessuno ci ha ancora prescritto un antimicotico e continuiamo ad essere un po' tignosi. Valgono le regole di sempre, i post dovranno essere contributi originali scritti per l'occasione, in tema e i blog partecipanti devono avere attinenza con la biologia (se di solito scrivete di gite al mare sul blog forse è il caso di pensarci un po’ su, anche se avete un cugino biologo). Racconti delle vostre vacanze al mare su questa o quell'isola non saranno ritenuti validi, a meno che la vacanza non sia stata l'input per qualche seria riflessione sulla biodiversità, come accadde a zio Carlo. Non perché non ci interessino i racconti delle vacanze (oddio, francamente, non ce ne frega nulla), ma perché vogliamo celebrare l'evento con un approccio scientifico.

Vi aspettiamo allora per celebrare insieme il Darwin Day 2013!

Per inviare la vostra adesione scrivete a Livio Leoni

Per qualsiasi dubbio o domande relative al Carnevale scrivete a:

Lisa
Livio
Marco

11 dicembre 2012

Il controllore di storie

CDB-02---BigModQuesto post fa parte del Carnevale della Biodiversità, che riprende dopo qualche mese di interruzione più bello e splendenti di pria. L’argomento è Ho visto cose… La biologia dei mondi fantastici”.

Trovate tutti gli altri blog qui: http://mahengechromis.blogspot.it/.

 

LW375Il primo e peculiare impulso dell’uomo, quando arriva in un ambiente nuovo, è quello di classificare. Uno dei primi atti di Adamo nella Genesi è stato infatti il dare i nomi alle specie (2:20-21) che il buon vecchio con la barba bianca aveva messo a sua disposizione. Non è quindi strano che quando nella tavola periodica degli animali e delle piante qualcosa non torna il nostro cervello tende a riempire le caselle con la specie adatta (e allo stesso modo a negare che quella determinata specie che sta vedendo con i suoi occhi esista veramente, se non rientra negli schemi che si è fatto). Nascono quindi draghi, serpenti volanti o erbivori, leviatani, chupacabra e quant’altro. Che sono specie “facili” da immaginare, basta semplicemente ingrandire alcune caratteristiche delle bestie conosciute, o esagerarne solo alcune; un serpente lungo duecento metri, un calamaro gigante che affonda le navi, un lupo assetato solo di sangue, e solo di quello delle capre. Sembrerebbe che la fantasia umana sia il solo limite all’invenzione. Eppure alcuni hanno invece cercato di immaginare animali e piante solo e soltanto all’interno delle regole, quelle della biologia. Con questo post voglio provare a fare una tassonomia delle specie fantastiche andando dalla più fantasiose e libere alle più scientificamente corrette e “difficili”. Dal rumore di fondo che esce dal cervello umano quando immagina e forse sogna alla sistematizzazione delle invenzioni all’interno di scatole prestabilite e fisse. Quello che racconto è un percorso basato solo sulle “bestie fantastiche” che mi sono familiari, e sugli autori di cui ho almeno una minima conoscenza. Il mondo della letteratura è pieno di ben altre meraviglie e sta a chi arriva fino alla fine di questo post di collocarle nelle caselle giuste della “tavola di Mendeleev” della biologia fantastica.

Molti dei taxa fantastici, sregolati, si trovano per esempio nel libro di Borges “Manuale di zoologia fantastica”. Ottanta creature generate dalla mente umana, dall’uccello simurg, dell’agnello vegetale, di Cerbero e altre bestie spesso a metà strada tra zoologia e botanica. Borges ovviamente non fa che riportare, con il suo stile, le invenzioni della fantasia umana che da secoli vede una cosa e ne immagina un’altra. Il libro dimostra inoltre, ma questa è solo una digressione, molte cose. Prima di tutto che Borges conosce(va) benissimo la zoologia fantastica, molto meno quella vera. Che, come dice nella prefazione “"La zoologia dei sogni è più povera di quella di Dio", è infatti segno di poca conoscenza della panoplia di specie che popolano le foreste e gli abissi marini. Poi, che la nostra attenzione per il mondo naturale è modesta e infima, mediata da quello che abbiamo visto e che ci immaginiamo, lontana dai fatti e dalla realtà. Che infine le miserrime creature inventate dagli incubi di una specie siano più glorificate di quelle vere è un esempio di quanto ancora si pensa che il mondo è al nostro servizio, e che la semplice descrizione di uno scrittore (foss’anche Borges o chiunque altro) abbia più importanza della realtà – cui in fondo crediamo ancora poco,come diceva il vescovo Berkeley. But I digress. Ognuno di questi esseri strani e curiosi ha un però difetto; ognuno di essi ha sempre qualche problema con la biologia, cioè con il funzionamento delle strutture della vita. Prediamo le specie più diffuse, i draghi. Avrebbero teoricamente delle grosse difficoltà con il sostentamento, perché sono troppo pesanti per volare. E i serpenti erbivori non possono esistere per ragioni metaboliche. 51XCCV89N6L._SL500_Probabilmente i leviatani carnivori e assalitori di barche sarebbe troppo grandi per nutrirsi solo di carne (umana o mano) e i chupacabra che si nutrissero solo di sangue di capre potrebbero morire di fame. Borges e gli antichi non si chiedevano se quella determinata specie potesse veramente sopravvivere; l’importante era che vivesse nel cervello del creatore. Un’altra guida, meno poetica e più tecnica, si addentra nella biologia di unicorni e draghi, di sirene e viverne; me l’ha consigliata un’amica esperta, per cui io la consiglio a voi; eccola.


Da un certo punto in poi, però, la ricerca scientifica ha fatto sì che alcuni autori cercassero di mettere insieme la fantasia umana e la scienza. Che però – non è vero? – da che mondo è mondo, uccide la fantasia perché cerca di spiegare il tutto con una serie di regole (noiose?) cui dobbiamo obbedire, e parcellizzando ogni ente esistente fino ai suoi componenti più minuscoli, atomi e campi. È vero che spesso lo scienziato alza il ditino e fa no, no a voli fantastici, e che quindi fa la figura del guastafeste; ma c’è anche modo di affrontare questi limiti. Alcuni hanno così cercato di superare la sfida, unire cioè la fantasia e la scienza, e comporre e inventare animali e piante che non esistono semplicemente perché la natura non ci ha pensato, non perché non potesse farlo. Ne sono nati alcuni trattati che hanno decisamente fatto la storia della divulgazione. Perché per esempio i Rinogradi sono così famosi? Perché la Botanica parallela di Lionni rimane nel cuore (di un naturalista, almeno) più di tanti romanzi stranoti? Proprio perché pur essendo specie di fantasia contengono almeno un pizzico di quei recinti scientifici che impediscono la nascita dei draghi e dei serpenti erbivori. Ma perché, alla fin fine, queste bestie e queste piante sono così affascinanti per alcuni? E come ci si arriva? Prendiamo per esempio uno dei libri più noti: Animali dopo l’uomo, di Dougal Dixon. dixonÈ un libro di qualche annetto fa (su un sito l’ho visto classificato come rarità), che parla di quello che potrebbe succedere alla fauna dopo che la specie Homo sapiens si è tolta di mezzo, volontariamente o meno. Dal mio punto di vista, un libro del genere non è complicato: basta estrapolare, sempre conoscendo le solite “regole”, quello che accadrebbe sulla Terra se la maggior parte della megafauna si estinguesse – sono i primi ad andarsene quando arriviamo da qualche parte, e adesso che abbiamo invaso il pianeta, stanno salutandoci uno a uno. Rimarrebbero solo specie più piccole e furtive, magari notturne o marine, che nel giro di qualche millennio potrebbero generare altre specie, più grandi o più piccole, con diverse abitudini alimentari ed ecologia. Dai roditori deriverebbero ovviamente la maggior parte delle specie, che prenderebbero il posto di felini, antilopi e altro. Dixon dice che il libro è fatto anche per insegnare le regole di cui sopra usando esempi estremi, in modo da incuriosire il lettore e insegnargli qualcosa. Ma, tutto sommato, sono come ho detto animali “normali” di cui si estrapola l’evoluzione. Un passo più in là è un altro libro di Dixon Man after man, in cui ipotizza un’umanità che si è diversificata in decine e decine di specie diverse grazie all’ingegneria genetica. La speculazione, pur scientifica, è molto più spinta e, proprio perché più avanti nella direzione della fantasia, molto più interessante.


Un altro trucco per costruire una ecologia all’interno delle regole, ma non troppo, è quello di ricreare il tutto su un altro pianeta. E qui i libri di fantascienza sono pieni di casi, da tutte le bestie di Douglas Adams (che cito solo perché è lui, non perché per esempio la Ravenous Bugblatter Beast of Traal abbia una qualche logica) alle specie che incontra il buon Adam Reith su Tschai, a quelle dell’universo di Star Trek, fino alle innumerevoli bestie e piante aliene che incontrano coloro che si spostano su altri pianeti. A voi fare un elenco (anche se  me piace molto per esempio l’universo di Uplift, di Brin – qui una guida). Molte, però sono mere riproduzioni di faune terrestri, con “insetti”, “carnivori”, “uccelli” che non fanno che riprodurre (certo modificati più o meno pesantemente) gli animali che vediamo affacciandoci alla finestra. Tra tutti, però, cito tre progetti di grande interesse perché cercano di ricreare su altri pianeti una zoologia e una botanica completamente distaccate da quelle terrestre, trovandone però similitudini e convergenze; necessarie, perché apparentemente alcune “leggi” sono proprio ineludibili – insomma, qualche specie che sfrutta le radiazioni solari ci dev’essere, e altre che mangiano i produttori sono proprio difficili da NON immaginare. Questo se pensiamo sempre con la nostra mente terrestre, ovviamente, perché, come diceva Haldane “The universe is not only queerer than we suppose, it is queerer than we can suppose”. È cioè al di fuori della nostra immaginazione. Tra tutti i progetti immaginati ne cito due che mi sembrano più interessanti, per lo sforzo fatto dai creatori e per i mezzi su cui sono stati creati. Il primo è il mitico Darwin IV di Wayne Barlowe, che l’ha descritto nel libro Expedition. L’intero progetto è un’assoluta meraviglia, vista con gli occhi di uno zoologo in pectore, perché le specie sono descritte all’interno del loro ambiente con un’ecologia non diversa da quella della Terra, ma un’anatomia del tutto diversa e decisamente strana. Barlowe aveva già scritto anni fa un libro dal titolo “Barlowe’s guide to extraterrestrials”, ma questo è il suo capolavoro. daggerwrist_06Qui sopra una delle bestie più famose, il daggerwrist, un predatore volante che impala le prede con l’uncino delle zampe anteriori. La maggior parte delle specie sono cieche alle nostra lunghezze d’onda, e percepiscono il mondo loro attorno un po’ come i pipistrelli, emettendo impulsi di cui poi riascoltano l’eco. Ci sono decine e decine di altre specie, dal Mare amebico agli Eosapiens e l’unico modo per capire come funziona il tutto sarebbe procurarsi il libro, anche se la versione hardback costa più di 500 $ (!!!). Il paperback viene via con circa 150 $. Del tutto c’è anche un documentario, Alien planet, che si trova su Youtube (a bassa risoluzione), che vada tutti i minuti che dura – e per gli intervistati. C’è anche l’artista stesso, insieme a Hawking, Horner, Lucas e altri. C’è un progetto simile del National Geographic, chiamato Alien worlds in Inghlterra e Extraterrestriala negli Stati Uniti, un lungo documentario su un paio di pianeti e la loro vita. Un altro progetto, che prende i esame anche l’anatomia interna e la biologia. SI chiama Snaiad, ed è opera del disegnatore turco Nemo Ramjet (!). IL tutto aveva un suo sito autonomo, con disegni e descrizioni, ma si può trovare ora solo a questo link. Le specie descritte sono anche qua moltissime, e l’autore ha cercato per alcune anche di immaginare un’anatomia decisamente aliena. C’è riuscito, secondo me; purtroppo il progetto ha subito qualche interruzione, e le descrizioni delle specie sono limitate ad Kahydron_externalalcune. Qui accanto vedete l’anatomia esterna di un kahydron, un “vertebrato” derivato da animali simili alle oloturie, e per questo dotati di muscoli idraulici. Le due estremità sono la bocca (il lungo tentacolo) e gli organi riproduttivi (sopra, protetti da un becco). Insomma, la fantasia non mancava a Nemo. Peccato solo che il progetto si sia fermato dopo un buon inizio, e che le specie descritte siano molto poche. Se volete leggere di altri progetti, non dovete far altro che cercare “alien ecology” o “alien life” o roba così. Ne spuntano a decine, anche se non tutti sono così interessanti come quelli descritti.


Il passo successivo nella creazione di ecologie e biologie diverse dall’esistente è il più difficile, e anche il più esaltante. Creare specie animali e vegetali che obbediscano alle “leggi” della biologia terrestre (quelle note) come se fossero cioè veri vertebrati o insetti o altro che hanno subito sulla Terra un’evoluzione diversa da tutto il resto della fauna del nostro pianeta. Un’evoluzione parallela che porti a esseri se non veri almeno verosimili, molto verosimili. I libri di Dougal Dixon di cui sopra sono all’interno di questo filone, anche se come detto sono solo estensioni logiche di percorsi evolutivi già avvenuti. Il bello, e il difficile, è applicare la fantasia più sfrenata alle regole più strette. Non sono certo un esperto, ma mi pare di capire che molta musica colta sia gradevole all’udito propri per questa ragione. Le regole di scrittura erano molto precise, ai tempi di Bach, ma ciononostante il musicista di Eisenach ha composto musica sorprendente e mai noiosa. Allo stesso modo, inventare taxa sorprendenti è un compito difficile. E l’esempio più classico è così quasi insuperato.  

I Rinogradi sono infatti descritti alla perfezione, dai muscoli allo scheletro ai costumi sociali all’ecologia. Per una ragione o per l’altra, ho letto il libro più e più volte, nel corso di molti anni, dall’università in poi – fino a qualche giorno fa, per scrivere ‘sto post. E per l’ennesima volta mi sono meravigliato della cura estrema che l’autore, Gerolf Steiner, ha messo nel descrivere un’intera classe di mammiferi che basano tutta la loro vita su un naso spropositato. La tassonomia, per i tempi, è perfetta, la linea filetica descritta alla perfezione, dalle specie più semplici alla più complesse. Tutte le specie però non hanno adattamenti che potrebbero sembrare fuori luogo; in ognuna c’è sempre la ragione evolutiva che ha portato all’ingrandimento di un naso o delle orecchie, alla trasformazione del naso in organo prensile o di cattura per gli insetti. Se non sono veri, insomma, sono verosimili. Dopo aver passato anni e anni a studiare alberi filogenetici e anatomia, lo zoologo trova in queste specie il brivido dell’imprevisto, coglie giochi di parole che solo lui e pochi altri capiscono (uno degli autori dei testi della biografia si chiama Bouffon – ma con la O – e altri due sono Bromeante de Burlas Y Tonterias). Si riesce persino a capire come una specie si possa essere evoluta da un’altra, attraverso quali pressioni evolutive. Qui c’è tutto il volume scandito con un paio di postfazioni e aggiunte.


lionni2L’ultimo capitolo di questa ministoria appartiene a un libro decisamente fuori dal comune, in cui le protagoniste sono vegetali dalle caratteristiche peculiari. Leggermente fuori dal tempo e dallo spazio, mai in centro dell’immagine vista o fotografata ma a lato, sono le specie della Botanica parallela di Leo Lionni (qui accanto una Syguria barbulata, qui invece si può trovare anche qualche pagina del libro, in un nuova edizione di Gallucci – da qualche parte ho quella di Adelphi del 1976).

lionniLasciamo all’autore di concludere questa storia (al maestro Kees Popinga di scrivere un trattatello par suo e a me ricordare che quattro anni fa ne avevo già parlato, in un altro modo), che ci ha portato lungo una vera scala naturae dalle specie più facili alle più complesse. E soddisfacenti, per chi guarda la fantasia con gli occhi dello scienziato in erba. Una biologia fantastica che ha molto da insegnare anche a quella vera. E che ritroveremo, spero.

L’immortale (storia della) medusa

Questa vicenda è proprio strana. Tutto comincia con un articolo del 1996 che descrive il ciclo vitale di una medusa, Turritopsis  nutricula (qualche anno dopo cambia nome in T. dohrnii), che, secondo gli autori dell’articolo (tra cui un paio di italiani, Piraino e Boero, quest’ultimo notissimo e brillantissimo studioso di meduse):

can  transform  back  into  colonial  hydroids, either  directly  or  through  a  resting  period,  thus  escaping death  and  achieving  potential  immortality.  This  is  the first  metazoan  known  to  revert  to  a  colonial,  juvenile morph  after  having  achieved  sexual  maturity  in  a solitary stage.

The InfoVisual.info site uses images to explain objects.Non è fondamentale per il nostro discorso quale metodo usi la medusa per tornare ad essere polipo; qui accanto vedete un semplice ciclo vitale di una medusa generica, non la nostra. Il fatto è che la Turritopsis inverte la porzione di ciclo che va da strobila e ephyra e medusa mobile phase (riporti i nomi inglesi, in italiano sarebbero strobili, efira e fase mobile). Lo fa in condizioni di stress ambientale o di altro tipo, in modo da rifugiarsi in uno stadio un po’ più protetto di quello di medusa (presumo). Il tutto sarebbe stato limitato all’oscuro mondo degli studiosi di meduse (cnidariologi?), se non fosse per un paio di parole presenti nell’abstract iniziale dell’articolo. Che sono “potential immortality”. Non credo che gli autori avessero intenzione di estendere il pensiero ad altri che alla medusa che, ricordiamo, è separata dalla linea umana da un antenato che ha forse più di 500 milioni di anni. Anche perché l’articolo stesso si chiama “Ontogeny reversal”; e poiché l’ontogenesi non è altro che lo sviluppo dell’individuo, il suo rovescio sarebbe quello di tornare quel che si era appena dopo la fecondazione, cioè uno zigote; tutto qua – tanto che alcuni la chiamano medusa Benjamin Button. Ma se qualcuno legge immortality, subito pensa di poter estendere le potenzialità del tutto. Specialmente se questo qualcuno è un non esperto del campo. Estendere infatti le caratteristiche di una specie ad altre, anche vicine, è uno degli errori più gravi (e comuni) che si possano fare. Per questo alcuni argomenti dovrebbero essere trattati con estrema cautela, per non suscitare false speranze nell’uomo, per esempio. Purtroppo quando c’è di mezzo la stampa generalista e i figli di potenti le cose diventano un po’ più sfumate; e quando ci si mette di mezzo un letterato il tutto va tranquillamente a ramengo. Cos’è accaduto, allora? Non so come né perché, l’argomento è rimasto subacqueo per anni, finché alla fine di quest’anno il New York Times commissiona per il suo magazine un articolo sulla medusa immortale. E a chi lo commissiona? A un medusologo, uno zoologo, un genetista, un evoluzionista? No, al figlio dell’ex critico teatrale del New York Times, uno scrittore che dovrebbe pubblicare il suo romanzo l’anno prossimo. Il ragazzotto (è del 1980) Nathaniel Rich, scrive un pezzo come farebbe un letterato; colto – inizia con Gilgamesh e Nietzsche – ricco, arzigogolato, appassionato, pieno di aggettivi e richiami a oscure situazioni e misteriosi personaggi – flamboyant, direbbero gli inglesi. Il tutto attorno all’intervista a uno studioso giapponese, Shin Kubota della Kyoto University, che dice di essere in grado di allevare le meduse per tutto il loro ciclo vitale (è vero, però…). Il pezzo è lunghissimo, convoluto e anche un po’ complottista (perché la grande azienda non studia le meduse?).

Turritopsis-dohrnii12Ma soprattutto è decisamente, totalmente e completamente sbagliato; secondo i commentatori sul NYT i writing skills del tipo sono invidiabili. Secondo gli zoologi (e un giornalista scientifico – nei commenti di quest’intervento uno degli scopritori originali rimprovera anche il giornalista di non essere preciso abbastanza, con una verve che mi ricorda tanto Ferdinando Boero…) è così pieno di stupidate da far vomitare. Prima di tutto sbaglia il titolo del libro di Darwin, poi parla per tutto il pezzo di specie superiori e inferiori, suggerisce che le scoperte potrebbero essere applicate all’uomo, che le meduse potrebbero diventare la specie dominante degli oceani, visto che sono immortali, anche quando tutto il resto delle specie sarà scomparso (di cosa si nutrirebbero?). Infine afferma che le specie piccole sono poco studiate (Drosophila anyone?, direbbe un americano). Insomma, questo Rich si è fatto affascinare da Kubota e ha usato le sue capacità affabulatorie per scrivere un pezzo senza senso alcuno. Un esercizio di bella scrittura che sarebbe meglio lasciare alle presentazioni delle mostre d’arte (o alla guida “digitale” del Museo del Novecento a Milano – mai sentita tanta fuffa in un colpo solo). Poi c’è sempre chi dice che noi scientisti non capiamole intenzioni degli umanisti, che i letterati adoperano metafore e similitudini e sineddoche e tutte le altre figure retoriche per parlare d’altro, che la precisione non è necessaria (anzi è dannosa) che non possiamo fare le pulci anche sulle meduse, ecchesaramai, in fondo sono sacchetti di gelatina? Beh, fatemi scrivere una recensione in cui dico che il Lohengrin mi ricorda Tales from Topographic Oceans e poi vediamo cosa mi sento arrivare addosso dalle persone “colte”. L’ennesima dimostrazione di come le due culture non si parlano, e non si potranno mai parlare, con un linguaggio comune.

Una nota finale: sul National Geographic Italia, che almeno io non ho mai smesso di criticare quand’era necessario, c’è un articolo di Paola Richard (che non conosco) che nella sua freddezza, semplicità e povertà narrativa dà parecchi punti al cicisbeo letterato figlio di tanto padre. Una volta tanto…
Sul National Geographic America uscì invece anni fa invece un articolo sulla medusa in cui si spiegava perché potrebbe servire all’uomo, secondo Stefano Piraino, uno degli autori dell’articolo del 1966, e che conteneva un’intervista a Marisa Pia Miglietta, che studiava la bestia negli Stati Uniti. Miglietta afferma come la specie possa essere considerata invasiva perché è diffusa in molti oceani e il Dna di tutte le popolazioni è molto simile. Questa sì che è una notizia, non il giapponese che le alleva in un contenitore di alluminio. Ma il buon Rich (nomen omen) non si cura di queste sottigliezze, preso dai fumi della sua letteratura…

07 dicembre 2012

Dibattitoscienza

Potrò dire anch'io la mia, su Dibattitoscienza? Lo so, frega a pochi, ma mi serve per chiarire la situazione. Allora, come dice la presentazione del sito, breve ma intensa

"Il fine ultimo della nostra iniziativa è dunque far entrare nel dibattito politico l’approccio razionale alla risoluzione di alcuni problemi, tipico della ricerca scientifica, attraverso domande mirate e specifiche ai candidati delle prossime elezioni politiche ed eventualmente delle primarie, per quei partiti o movimenti che le adotteranno"

Tutto qua, non vogliamo ( mi ci metto anch'io) intervenire sulla politica a piedi uniti, ma semplicemente far notare quanto alcuni dei problemi italiani e, aggiungo io, planetari, hanno risposte e analisi che sfruttano alcuni mezzi e metodi della ricerca scientifica. Raccolta dati, revisione di esperti, controllo fonti e analisi del tutto attraverso la discussione aperta e trasparente. I campi di intervento sono stati decisi in base alla prima messe di domande che sono arrivate al gruppo Facebook quando ancora non esisteva né il sito (ovviamente) ma neppure i temi. È stato una specie di andare a posto automaticamente delle domande stesse man mano che arrivavano. E infatti si notano alcune domande che io non avrei fatto - ma mi sono ben guardato di contestare - e la mancanza di altre che, adesso che è nato il sito, potrò fare, magari con l'aiuto di qualcun altro che è rimasto fuori dalla prima ondata. È ovvio che il nostro paese è coperto di problemi che NON hanno a che fare con la scienza (anche se sono convinto che conoscere un po' di statistica e di demografia magari qualche annetto fa sarebbe servito ad avere meno problemi sulle pensioni), ma ce ne sono altrettanti che potrebbero essere se non altri analizzati con metodo scientifico. Lo stesso che ha permesso di stendere la carta di pericolosità sismica in Italia oppure dei comuni a rischio idrogeologico. Oppure ancora tutta l'epidemiologia, o l'economia dei parchi nazionali o i censimenti delle specie cacciabili o mille altre cose che, con un po' di numeri e di logica, potrebbero essere se non altro analizzati a fondo. Non dico risolti, no, questo no, ma almeno capiti.


Le risposte dei candidati alle primarie del centrosinistra sono state accolte più o meno bene dai siti e dai blog che hanno seguiti l'iniziativa. Ma almeno sono arrivate. Ora che il M5s le primarie non le fa (le elezioni via youtube non erano primarie) e che anche il (centro)destra ha risolto a modo suo i problemi di leadership, il sito serve per raccogliere le domande da fare ai candidati alla presidenza del consiglio alle prossime elezioni, quando le faranno. Ma anche, e soprattutto, a fungere da, come dice il sito stesso “sentinella delle promesse” dei partiti e dei movimenti su argomenti che possono essere "trattati" con un approccio scientifico. Per questo credo e spero che l'iniziativa possa proseguire ben oltre le elezioni, quando e come ci saranno, e possa fungere da catalizzatore di tante e tante domande che la ricerca, la comunicazione, l'istruzione e tutto quello che gira attorno al mondo della scienza si fanno da anni, e alle quali da anni hanno risposte vaghe, contraddittorie, ridicole e spesso sconcertanti.

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